Mantovano: «Scelta giusta ma servono altri penitenziari»

Il sottosegretario all’Interno: «Bastano 5 anni con il project financing. Stranieri, sì agli accordi bilaterali»

da Roma

Sottosegretario Mantovano, il numero dei detenuti sta tornando ai livelli emergenziali ante-indulto. Il ministro Alfano pensa, tra le altre misure per svuotare le carceri, all’uso del braccialetto elettronico: qual è il suo parere?
«Credo che Alfano abbia ragione sul fatto che potrebbe alleggerire le carceri di qualche migliaia di unità, ma questo strumento non può prescindere da un progetto di costruzione di nuovi penitenziari, visto che il nostro Paese è quello che ha la più bassa popolazione carceraria dell’Occidente».
Se il braccialetto funziona perché finora non è stato usato?
«In sé è utile e oggi può funzionare tecnicamente, perché dopo una serie di traversie si è arrivati alla copertura di tutto il territorio nazionale, grazie ad una convenzione tra ministero dell’Interno e Telecom fino a tutto il 2011, mentre prima era limitata a poche regioni. Inoltre, la legge già prevede che possa riguardare sia chi è in detenzione domiciliare, sia chi è agli arresti domiciliari. Dunque, nessuna amnistia mascherata come dice Di Pietro, confermando la sua scarsa dimestichezza con cose che dovrebbe conoscere: manette e carceri. Però, da quando è stato introdotto in Italia, nel 2001, il braccialetto è stato enormemente sottoutilizzato e ha i suoi limiti».
Sottoutilizzato quanto?
«Oggi non porta il braccialetto nessun detenuto agli arresti domiciliari e credo che anche per chi sconta la pena a casa la cifra sia vicina allo zero. Finora, lo ha usato forse qualche decina di detenuti».
Perché questo deficit di utilizzo?
«I magistrati di sorveglianza guardano a questo strumento con un certo sfavore e un po’ di scetticismo. Bisognerebbe capire perché, attraverso una consultazione con loro e con le forze di polizia, che hanno il compito di controllare chi porta il braccialetto. Poi, c’è un limite: per dotare un detenuto dell’apparecchio è necessario il suo consenso. La norma è stata scritta così quando si temeva che le onde magnetiche potessero nuocere alla salute, ma ora che anche i bambini usano il cellulare il discorso è superato. Dunque, ci vuole una modifica legislativa».
Si parla di oltre 4mila detenuti che potrebbero utilizzarlo.
«Ne abbiamo a disposizione 400, se si vuole arrivare a queste cifre bisognerà comprarne molti altri. E il costo (che si è ridotto rispetto ai primi esemplari, come succede per i cellulari) dovrebbe gravare sul bilancio del ministero della Giustizia. Intanto, c’è una sproporzione tra disponibilità e obiettivi di applicazione».
Sono più facilmente percorribili altre strade per svuotare le carceri indicate da Alfano, come l’espulsione di detenuti stranieri che devono scontare una pena residua di 2 anni?
«Lo prevede la Bossi-Fini e in questo caso i condannati tornano a casa liberi. Ma c’è anche la possibilità di rimandare nei Paesi d’origine detenuti che devono scontare anche una pena superiore ai 2 anni. Questa misura potrebbe avere effetti rapidamente, ma c’è il problema di accordi bilaterali con gli altri Stati da ridefinire: quelli fatti dall’allora Guardasigilli Castelli con Albania e Romania, ad esempio, erano basati sul consenso dell’interessato che in molti casi, invece, non vuole tornare a casa. Questa strada poi non è più stata battuta, ma credo che vada percorsa con decisione».
Un’altra questione sollevata da Alfano è quella delle madri con bambini in carcere.
«Sono d’accordo che ci vogliano delle strutture di detenzione dedicate solo a loro, ma questo ci riporta al discorso principale: costruire nuove carceri. Anche quelle destinate appunto alle madri-detenute e ai loro figli».
Perché si dice sempre che le nuove carceri vanno costruite e le opere non partono mai? È un problema di spesa?
«Anche quello. Troppo spesso si preferisce rispondere al sovraffollamento con misure emergenziali immediate, visto che i tempi per creare nuovi luoghi di detenzione sono lunghi. Ma è necessario che anche le misure alternative al carcere facciano parte di un piano organico. E con strumenti come il project financing (una compartecipazione di investimenti pubblici e privati, ndr), in realtà i tempi per realizzare nuovi penitenziari si possono abbattere anche a 5 anni».