Manuela poetica Liuba di Cechov

Un «Giardino dei ciliegi» senza tempo in scena fino al 23 aprile con la Kustermann e la regia di Nanni

Laura Novelli

Il lungo palcoscenico del Vascello è pressoché svuotato. Lo abitano solo pochi arredi e alcune tele dipinte a tinte decise che cadono giù dal soffitto come vessilli di modernità. Evocazioni di un oggi persino autobiografico e metateatrale (l’allusione va alla stessa sala di Monteverde) poste a sostegno di una originale lettura de Il giardino dei ciliegi di Cechov che vede Giancarlo Nanni (regista, scenografo e costumista) enfatizzare gli aspetti socio-politici del testo (una classe aristocratica immobile e sognatrice incapace di salvare i suoi possedimenti, anche quelli più amati, dall’affarismo e le speculazioni di un nuovo ceto arricchitosi dal nulla) a discapito, diciamo così, di quelli più sottilmente intimi, psicologici, emotivi. Tanto che lo spettacolo, costruito su un’ambientazione senza tempo che allontana qualsiasi netta connotazione storica, sembra volutamente esteriorizzante, pittorico: un affastellamento di personaggi e temi ridondanti che perdono in spessore per acquistare in incisività quasi espressionista. Esempio ne sia la prima parte, con l’arrivo dal fondo della spaesata (ma energica) Liuba Andreevna di Manuela Kustermann la quale, tailleur a righe e recitazione scevra da accenti romantici o intimisti, rappresenta tutto un mondo di valori in crisi, di peripezie personali (un matrimonio infelice, la morte prematura del figlio, un amore sbagliato a Parigi) e di vagheggiamenti fanciulleschi tesi alla sconfitta finale, a quel ballo affogato di champagne dietro al quale si nasconde il declino inesorabile di una vita e di un ideale. Liuba simboleggia qui la bellezza, l’arte, il teatro che devono cedere all’avidità, ai «Giganti» pirandelliani, sudditi di una società assetata solo di denaro e guadagni. Tanto più che, al di là della giovane figlia Nina (interpretata con registri ancora troppo acerbi da Astra Lanz) e delle figure che appartengono «profondamente» a quella tenuta/nido abbandonata cinque anni prima, Liuba entra in relazione con personaggi che la contrastano o la mettono in guardia o, in qualche modo, le offrono la possibilità di capire prima che sia troppo tardi. Lo stesso Lopachin, il mercante figlio di contadini che comprerà il giardino, serve qui da nervoso antidoto al bello e all’illusione. Pietro Bontempo, non a caso, ne restituisce in scena il carattere con una recitazione tutta in levare, sovraesposta, come eccessiva è - e sempre sarà - l’arroganza dei parvenu. Dunque, quanto realizza qui il regista romano (alla sua seconda prova cechoviana dopo il fortunato «Gabbiano» di qualche stagione fa) è essenzialmente un affresco grottesco e quasi circense dei nostri tempi sordi alla cultura. Un affresco che trascina fuori dal palco, sulle pareti laterali della sala, la visione video di un giardino idealizzato e ombroso. Un affresco che, alla fine, scopre la sua stessa rabbia e la sua stessa fragilità: cataste di sedie sul fondo, tele dipinte scese a terra, resta un banchetto bandito di nulla; una musica danzante ridotta, poco a poco, al silenzio. Alberi di ciliegio spariti per sempre.
Repliche fino al 23 aprile. Informazioni: 06/5881021.