Manzoni dà lezione all’ex prefetto Ferrante

Caro Granzotto, dia lei una parola di conforto a un povero milanese che in caso di vittoria del centrosinistra si vedrà arrivare come sindaco o Dario Fo o l’ex prefetto Bruno Ferrante e non so bene quale sarà la padella e quale sarà la brace. Il pugliese Ferrante è stato uno stretto collaboratore dei ministri degli Interni Giorgio Napolitano, Enzo Bianco e Rosetta Russo Jervolino le cui gesta sono a tutti ben note. Con quella scuola se diventerà primo cittadino a noi milanesi ci farà vedere i sorci verdi.

Bruno Ferrante è uno che ha capito tutto, caro Barile. O quanto meno ha capito qual è il verso del pelo del suo elettorato, così da poterglielo lisciare ben bene. «Milano merita amore», ha dichiarato candidandosi a sindaco. Politicamente non vuol dir niente, ma è musica per la sinistra dell’«I care», dello sdilinquimento buonista. «Credo nella legalità perseguita con il dialogo e la mediazione», ha aggiunto. E questo, politicamente, vuol dir molto, perché antidoto a quella «tolleranza zero» che al solo udirne il nome alla società civile viene un mancamento. Dialogo. Mediazione. Confronto. Tavolo. Gli abracadabra del politicamente corretto. La microcriminalità impazza? Apriamo un tavolo. I bravi ragazzi dei centri sociali mettono a ferro e a fuoco la città? Mediamo. I clandestini extracomunitari spacciano droga davanti alle elementari? Dialoghiamo. Sarà un segno del destino, ma il candidato del centrosinistra a sindaco di Milano fa, di cognome, come di nome fa uno dei più noti personaggi manzoniani, don Ferrante. Nel suo svendere il crimine a faccenda da affrontare - e combattere, soprattutto combattere - dialogando e mediando com’è d’uso fra compari, fra buoni amici, l’ex prefetto ricorda molto il marito di donna Prassede. Il quale, certo lo ricorderà, caro Barile, quando la pestilenza cominciò a mietere le prime vittime e la gente si chiedeva come difendersi dal contagio, scrollando il capo di fronte a tanta dabbenaggine sentenziò che in rerum natura non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti. E poiché la peste non era sostanza né accidente, la peste non esisteva. Inutile quindi «venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti» (inutile, per tornare alla legalità, venirci a parlare di mandati di cattura, di manette e quando occorre di manganello). Narra il Manzoni che «His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti», don Ferrante «non prese nessuna precauzione». E di peste morì.
Paolo Granzotto

Ps: per la serie «Tu vuò fa l’americano», l’architetto Tullio Canevari di Padova mi segnala che «facendo seguito alla risibile (raisibol?) trasformazione di Cassibile in Chessibol, Primo Carnera, nato a Sequals, Udine, è diventato in televisione (sempre lei), «il gigante di Siquols».