MANZONI L’arte del silenzio

Chi, a Milano, si trovi a passare dalle parti di Brera, in via Fiori Chiari, noterà a metà della strada una lapide (una delle poche esistenti nella città, purtroppo un po’ disattenta alle proprie memorie). Ricorda un artista, morto d’infarto a trent’anni, che lì aveva lo studio. È un artista notissimo e sconosciuto, e si chiama Piero Manzoni.
Manzoni è notissimo perché le sue scatole di latta ermeticamente chiuse, intitolate Merda d’artista (e probabilmente vuote, anche se nessuno, con quello che valgono, ha mai osato aprirle) sono una di quelle opere che superano gli augusti ma angusti confini del mondo dell’arte, per entrare nel mondo della cronaca, prima dei rotocalchi e poi delle quotazioni d’asta. È sconosciuto perché in realtà la sua ricerca ha una dimensione genialmente introversa che spesso è stata sopraffatta sia da quel genere di notorietà, sia dallo stesso mercato: il quale si appropria di tutto, anche delle opere che vorrebbero eliminarlo. Anzi, soprattutto di quelle. Per cogliere la complessità del pensiero di Manzoni, comunque, può essere utile l’ottima antologica ora al MADRE di Napoli, a cura di Germano Celant, che ricostruisce la sua epoca e il suo ambiente.
Quando Piero Manzoni si affaccia sulla scena artistica, intorno al 1957-58, stanno iniziando a manifestarsi i primi sintomi di rigetto verso l’informale, che in quel momento è il linguaggio più diffuso. Pollock e Fautrier avevano esplorato l’eccedenza della materia pittorica, ma ora si è più interessati alla dimensione mentale dell’opera; avevano privilegiato la soggettività del gesto, ma ora si aspira a un’arte oggettiva, senza psicologia; avevano espresso un grido inarticolato, ma ora si cerca soprattutto il silenzio.
A Milano nel ’58 Fontana esegue i primi Tagli: segni fatti di vuoto, che intitola significativamente Attese. L’anno precedente Klein aveva presentato, alla galleria Apollinaire, undici pannelli completamente blu. «Attraverso il blu - aveva scritto - cerco l’indefinibile. L’autentica qualità del quadro si trova al di là del visibile». Nello stesso ’57 Manzoni, con Baj, Dangelo e altri, firma il manifesto Contro lo stile: un testo di ascendenza ancora informale, ma in cui si dice che i monocromi di Klein sono l’ultima possibilità del linguaggio. Dopo rimane solo la tabula rasa.
Sempre nel ’57 Manzoni, che allora ha 24 anni, realizza delle tele bianche dove non ci sono disegni né forme: c’è solo la sottile inquietudine del tessuto, irrigidito dal caolino, che si raggrinza in molte pieghe. Parlare di tele bianche, però, è un’imprecisione: ciò che gli interessa è piuttosto l’assenza di colore. Non per niente le intitola Achrome, senza cromia. Due anni dopo fonda con Castellani la rivista Azimuth, che dichiara di voler andare oltre la pittura. «Il bisogno di assoluto che ci anima ci vieta i mezzi propri della pittura» scrive Castellani. E Manzoni è ancora più radicale: «Non c’è nulla da dire, c’è solo da essere, c’è solo da vivere».
Oltre alla rivista fondano anche una galleria. O, meglio, trovano uno spazio di fortuna in via Clerici, nel negozio concesso gratuitamente da un amico. Lo battezzano Azimut, senza acca finale. Lì, nel dicembre 1959, Manzoni espone le prime Linee: lunghi segni tracciati sulla carta, misure puramente mentali, arrotolate e rinchiuse in scatole cilindriche. Manzoni, dunque, cerca un’arte che sia, prima di tutto, idea; un linguaggio che sia, prima di tutto, silenzio. In questo senso anche le Merde d’artista sono la negazione stessa dell’opera, del «prodotto» della ricerca.
Come reagisce il mercato a queste sue intuizioni? Appropriandosene, appunto. E se Manzoni in vita sua di lavori ne fece pochi («Nessuno li voleva, perché avrebbe dovuto realizzarne tanti?», mi disse una volta Dadamaino, sua amica e compagna di strada), oggi di Manzoni ne circolano a migliaia. Ovviamente, non tutti suoi.

LA MOSTRA
«Piero Manzoni». Napoli, MADRE (Museo d’Arte Donna Regina), via Settembrini, 79 (Palazzo Donnaregina). Tel. 0815624561. Fino al 24 settembre. A cura di Germano Celant. Catalogo Electa.