Una mappa per scoprire i segreti di Bisanzio

Un saggio di Ronchey e Braccini racconta mille anni di storia della seconda Roma. «Usando»pagine di Byron, Twain, De Amicis...

Capitale condannata dal proprio passato e in cerca di un presente che lo superi e quindi lo sublimi. È per questo che Istanbul racchiude in sé un perché fatto di inattualità, estraneità e incompiutezza, declinato attraverso l’Hozun, ovvero la tristezza, quella tristezza che il premio Nobel Orhan Pamuk definì una volta «una condizione della mente da questa città assimilata con orgoglio».

È un sentimento che assume infinite forme. Nasce dal crollo dell’impero ottomano, che la lascia piena di un’eredità ingombrante, non sempre presentabile, spesso soffocante, fragile eppure come indistruttibile; cresce dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, un Paese che cerca un riscatto nel presente, ma a ogni passo rischia di sprofondare in ciò che è stato, alterna deliri nazionalistici a tentazioni religiose, sogna un Occidente rassicurante, ma non può fare a meno di accarezzare l’Oriente che sente dentro di sé. È una tristezza che si nutre anche di infiniti dettagli: le antiche rovine che le case hanno inglobato ma non cancellato, il legno annerito dal freddo e dall’umidità delle vecchie costruzioni, le sirene dei battelli che urlano nella nebbia che avvolge d’inverno il Bosforo... Come in un gioco di specchi, Istanbul guarda verso l’Europa alla ricerca di quella Istanbul che non c’è: libera dalla miserie della decadenza, fiera di un’identità orientale che le permetta di racchiudere la qualità e i successi dell’invidiato Occidente. Come in un gioco di specchi, il peso di un passato che non passa, l’arretratezza di un sistema, lo stato di marginalità che esso provoca rimandano a un’altra se stessa in grado di scioglierla dalla costrizioni di una retorica opprimente per lanciarla a vele spiegate nella modernità. E però tanto è più forte questo rifiuto e questa ansia di evasione, tanto il peso del passato, abitudini, usi, costumi, fanno amare con il cuore ciò che con il cervello si vorrebbe rifiutare. È in questa dicotomia, difficile eppure feconda, che può celarsi il riscatto.

Tristezza è bellezza, malinconica magia.
Esiste una Istanbul meno battuta, meno turistica e meno vetrina commerciale, meno superficiale nella sua europeità esibita e più nascosta e segreta, tessuta di un cosmopolitismo a cui tenacemente ancora si aggrappa, fatta di vicoli, di agglomerati urbani, di vita di quartiere. Ed esiste una Istanbul sempre presente e quindi data come per scontata, e dunque dimenticata: l’Istanbul città di mare, sentinella del Corno d’Oro e del Bosforo, i venti che la attraversano, le mareggiate che la investono, i giochi d’acqua dei bambini, le fatiche dei pescatori, il via vai dei battelli e dei traghetti, l’incedere pericoloso dei container, dei piroscafi, delle navi da guerra, cerniera fra Oriente e Occidente, teatro e palcoscenico su cui naviga la Storia, ma anche camerino, buca del suggeritore, da dove guardare la vita senza essere visti.

Tutto questo è, per molti versi, il «paradosso di Bisanzio» di cui danno conto Silvia Ronchey e Tommaso Braccini nel loro Il romanzo di Costantinopoli (Einaudi, 958 pagine, 28 euro), molto di più di una «guida letteraria alla Roma d’Oriente» come recita i sottotitolo. Qui c’è il tentativo di guardare al millennio di quella che fu «la Città delle città» come esempio «per la risoluzione dei conflitti postcoloniali, e come simbolo di quella mediazione fra civiltà il cui scontro è da alcuni considerato oggi inevitabile, anzi già in corso».

Nello srotolare il passato bizantino come un lungo tappeto «nell’apparente caos della brulicante vita orientale-occidentale», i due curatori mettono insieme e presentano centocinquanta scrittori e viaggiatori dal VI al XXI secolo, dando vita a un mosaico in forma di romanzo. C’è spazio per Byron e per il già citato Pamuk, Flaubert e Mandel’stam, Procopio e Chateaubriand, Fermor e de Amicis, Ibn Battuta e Mark Twain... Ma il libro è anche un itinerario topografico e un viaggio nel tempo e nei segreti di un’eredità, quale quella bizantina, che fu storica, artistica, culturale. Altrettante immagini, fra disegni, incisioni, foto d’epoca e mappe completano il volume, che si avvale anche di un supplemento biografico con i profili degli autori: spesso di parte, sempre interessanti, mai banali.

Capitale per undici secoli dell’impero bizantino e per altri cinque dell’impero ottomano, Polis al femminile per l’onnipresenza dell’acqua, la simbologia del Corno che si fa falce di luna, la conformazione stessa del sito che farà scrivere a Tursun Beg della sua «lunga e profonda fessura odorosa», Costantinopoli fu ed è per la sua posizione, un istmo di civiltà. Scriverà Cocteau che rappresentava il luogo in cui «l’Asia tende verso l’Europa le sue vecchie mani coperte di anelli», ma, completa Silvia Ronchey, è anche quello «dove la storia si produce per dialettica e tesse sul suo telaio eventi e rinnovamenti proprio dall'incrocio e dalla tensione tra le civiltà dei due continenti, che qui dimostrano la loro inscindibilità, il loro continuo compenetrarsi e come da questo derivi la loro e nostra unica civiltà». Un libro imperdibile.