María Pagés, i Beatles e la danza gitana

Martedì debutta il nuovo spettacolo della «bailaora» e coreografa che sa fondere tango, flamenco e balletto con canzoni che sono nella memoria collettiva

Alessandra Miccinesi

«Ho pescato vecchie songs nel polveroso bazar delle idee. Le ho ascoltate, e mi è venuta voglia di ballarle». È passato poco più di un anno dalla sua ultima apparizione, e la bailaora avanguardista María Pagés - braccia allungate verso il cielo e tacchi solidamente piantati come radici nella terra - è pronta a debuttare al Sistina in prima nazionale con il suo nuovo spettacolo «Canciones, ante de una guerra». Dopo aver rivoluzionato gli stereotipi della coreografia con «Flamenco Republic», e aver fuso - in nome dei padri del surrealismo Luis Bunuel e Salvador Dalì - tango, flamenco e danza contemporanea nel «Perro Andaluz», la Pagés ha scaldato i muscoli per l’ennesima sfida: plasmare in coreografia strofe di vecchie canzoni. Testi incisi nella memoria, anche collettiva - è il caso del manifesto pacifista «Imagine», canzone scritta da John Lennon e riarrangiata sulle corde di una chitarra flamenca -, testi che trasformano la riflessione in movimento, il pensiero in danza. Superando ogni frontiera intellettuale, culturale, artistica. «Canciones, ante de una guerra», regia di José María Sanchez, debutterà martedì al Sistina. In scena, oltre alla statuaria bailaora Sivigliana e agli otto ballerini della Compagnia María Pagés, ci saranno tre musicisti (chitarre e percussioni), la sodale vocalist Ana Ramon, e la cantante Tsidii Le Loka guest star dello spettacolo.
Presentato alla Biennale del Flamenco di Siviglia 2004, lo spettacolo è un esperimento coreografico teso a svelare le molteplici anime dell’universo flamenco. «L’idea dello show è venuta in maniera molto semplice - spiega la coreografa il cui tratto distintivo si rintraccia nel meticciato degli stili e nei lampi di geniale ironia -: per caso ho ascoltato alcune canzoni che mi hanno ispirata. Il tono evocativo di quei suoni divertiti, alla maniera dei bambini, il significato di versi semplici mi hanno spinta a creare nuovi movimenti». Senza allontanarsi dal solco delle precedenti produzioni, anche «Canciones» dà smalto alla sublime danza Andalusa arricchendola di nuovi spunti. Il sentiero del blues, per esempio, rintracciato nei colorati e frenetici balli di strada, nella nostalgia di un canto («Travellers’s lament», musicato da Francoise Breant). Oppure la leggerezza di una polka, racchiusa nel ritmo di un jingle commerciale degli anni Cinquanta. «Non chiudo mai la porta alla danza anche se la musica non è gitana» spiega la bruna bailaora, che, senza rinnegare le proprie radici, agita le fronde del flamenco ai venti della contaminazione. E inserisce, in uno dei dodici quadri dello show, un tassello ispirato alle strofe della popolare canzone «When the saints marchig in» interpretata dalla voce profonda e graffiante di Louis Armstrong. «Le coreografie? Hanno vita propria e suggeriscono sempre nuove idee. La danza unisce, è armonia, equilibrio, pace» mormora la Pagés, bailaora solida e seducente, protagonista di un poetico assolo: «Nanas de la Cebolla», musiche di Hernandez e Cortez su canto di Joan Manuel Serrat. «Questo pezzo è dedicato a mio figlio Pancho e a tutti gli adolescenti che si affacciano alla compromessa giurisdizione degli adulti, perché non dimentichino che la fantasia e i sogni sono gli strumenti più appropriati per costruire un mondo più giusto per tutti». Repliche fino al 2 ottobre. Informazioni allo 06.4200711; www.ilsistina.com.