Il mar Rosso si divide ancora e salva il mar Morto

Una rete di canali sotterranei partirà dal Golfo di Aqaba e trasferirà l’acqua per 200 chilometri

Lorenzo Amuso

da Londra

Una fitta trama di canali sotterranei e condutture chilometriche lungo il deserto del Sinai per evitare l’inarrestabile prosciugamento del mar Morto. Un progetto ambizioso e complesso, che richiederà un investimento di oltre 2,5 miliardi di euro, affidato a Sir Norman Foster. Nonostante la guerra in Libano, e gli scontri fra soldati israeliani e militanti palestinesi, le autorità di Israele, Giordania e Palestina hanno finalmente sciolto gli indugi e sono passati all’azione.
Non c’è più tempo da perdere, il mar Morto ha bisogno di acqua per non scomparire. Sarà il mar Rosso a salvarlo, garantendo l’approvvigionamento necessario per rallentarne l’evaporazione. Negli ultimi 50 anni le sue acque si sono abbassate di oltre 25 metri, riducendone di un terzo le profondità. Un disastro ambientale che avanza al ritmo di un metro all’anno. Di recente il primo ministro israeliano Ehud Olmert e Mahmoud Abbas, presidente palestinese, hanno firmato un documento per uno studio comune finalizzato alla soluzione di un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio l’economia di tutta l’area. E Francia, Stati Uniti, Paesi Bassi e Giappone hanno segnalato la disponibilità a partecipare al finanziamento. Secondo Gidon Bromberg, direttore della sede israeliana di Friends of the Earth, il mar Morto diminuisce in conseguenza dell’aumentato consumo delle acque del fiume Giordano, la sua fonte principale. L’irrigazione dei campi, da parte di Israele (ma anche di Giordania e Siria), priva il mare, che propriamente è un lago terminale, dei rifornimenti necessari a bilanciarne il ritmo di evaporazione. Oggi, meno del 7% dei flussi d’acqua che originariamente lo alimentavano continua a raggiungerlo. Negli ultimi 18 mesi i contatti tra Foster, 71 anni, e le autorità dell’area sono stati numerosi. Il Sunday Times riferisce del benestare che avrebbe dato personalmente il re di Giordania Abdullah dopo aver assistito ad Amman alla presentazione dell’intervento. Il progetto si basa su un lunghissimo collegamento sotterraneo per il trasferimento di ingenti scorte di acqua dal golfo di Aqaba lungo la valle dell’Arava, situata lungo la grande faglia siro-africana. Guy Battle, ingegnere ambientale dello studio Foster, ha spiegato che il piano prevede anche la desalinazione di scorte di acqua lungo il canale per garantire il rifornimento alla macchia desertica. Completati tutti i sopralluoghi e le verifiche sull’impatto ambientale, ora si attende solo il via libera del governo giordano. Nelle scorse settimane si è svolta a Stoccolma una conferenza internazionale di mille esperti per approfondire le problematiche dell’intervento. «Ci auguriamo di ricevere tutti i consensi nei prossimi due, tre mesi e di far partire i lavori», ha dichiarato Vahid Alavian, che supervisiona il progetto per conto della Banca mondiale. Analogo ottimismo è stato espresso da parte israeliana. «Abbiamo discusso a lungo con il governo giordano, la volontà di intervenire è comune - ha dichiarato uno stretto collaboratore del vice primo ministro Shimon Peres -. Il re Abdullah è d’accordo perché la maggior parte delle strutture verrebbero erette proprio in Giordania». Il collegamento tra i due mari dovrebbe superare un dislivello di circa 450 metri, dal momento che il mar Morto si trova nella depressione più bassa della Terra. Grazie all’elevata salinità (media di 365 grammi per litro rispetto ai 35 g/Lt degli oceani), le sue acque, che raggiungono la saturazione nella parte meno profonda a sud, vengono usate per la produzione di cloruro di potassio. Ma sono proprio le sue caratterisiche a far sorgere qualche dubbio a Friends of the earth. «Mischiare quella miscela unica con acqua marina potrebbe risultare rischioso, in termini di crescita incontrollata di alghe e altri effetti sulla fauna marina», ammoniscono gli ecologisti.