Maradona e Chavez uniti per sgambettare Bush

Oggi in Argentina il vertice delle Americhe. Il leader venezuelano boicotterà il presidente, l’ex calciatore guiderà la protesta in piazza

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il vertice delle Americhe si apre in un virtuale stato di assedio: un dispositivo di sicurezza gigantesco, con diecimila fra soldati e poliziotti, aerei, elicotteri e, visto che il summit si svolge a Mar del Plata, anche quattro navi da guerra. Occasione formale la riunione annua dell’Osa, la Organizzazione degli Stati americani, in realtà l’occasione per un confronto duro fra gli Stati Uniti e la contestazione che torna a montare nell’America Centrale e Meridionale. E che è simboleggiata da un tandem improbabile: mentre George Bush atterra dal suo Air Force One, l’«opposizione» ufficiale arriva in treno. Un treno molto speciale che ha come «macchinista» Diego Armando Maradona. Viaggia con una «corte» che occupa cinque vagoni e ha ribattezzato il convoglio «treno dell’alba», che non indica solo l’ora dell’arrivo, ma esprime una sigla che è uno slogan: «Alternativa Bolivar per le Americhe».
Simon Bolivar è nella storia come Libertador, ma è anche il nume tutelare riscoperto e invocato da Hugo Chavez, il presidente venezuelano che aspira, e forse sta per riuscire, ad ereditare il manto del suo amicone Fidel Castro. Maradona è il suo profeta. Il suo arrivo segnala il via ufficiale al contro vertice, anzi al Vertice dei Popoli, che dovrebbe vedere in piazza tre milioni di dimostranti.
La manifestazione avrà due obiettivi. Quello dichiarato è il no alla estensione del Ftaa, un trattato commerciale panamericano che è già in gravissima crisi ma che è visto come l’incarnazione dell’odiato «neo liberismo»; quello vero sono, come al solito e più del solito, gli Stati Uniti e in particolare Bush, la cui popolarità in America Latina è scesa a limiti record.
In un sondaggio condotto dall’Istituto Zogby risulta che solo 17 latinoamericani su 100 hanno una buona opinione del presidente Usa, solo 6 su 100 ritengono che la sua politica sia favorevole all’America Centrale e Meridionale. Un atteggiamento che si è rispecchiato anche nello spostamento a sinistra verificatosi in molti Paesi dell’area nell’ultimo paio d’anni, in Argentina con Kirchner, in Brasile con Lula, e soprattutto in Venezuela con Chavez, all’insegna della delusione per l’esperimento neoliberista e dalla sensazione di tanti latinoamericani di essere trascurati dalla politica estera di Washington, orientata quasi esclusivamente verso la guerra al terrorismo. Si è creato così un vuoto che si sforza ora di riempire la Cina, attivissima da quelle parti e orientata esclusivamente sull’economia.
Queste passioni contrapposte domineranno il vertice, non soltanto in piazza, ma anche nella sala delle riunioni. Castro non è stato invitato e così gli oratori più attesi sono due: Bush e Chavez, in quello che potrebbe diventare addirittura un duello oratorio. Il presidente venezuelano ha infatti rifiutato di impegnarsi a non interrompere il collega nordamericano durante il suo intervento, nonostante le pressioni degli organizzatori. «Io a volte lo faccio - ha detto - perché credo che i dibattiti non debbono andare così, con uno che arriva, legge il discorso, si fa applaudire e se ne va. È molto più interessante quando lo interrompono».
Chavez tiene a profilarsi come l’erede di Castro e il leader di un movimento continentale avverso agli Stati Uniti, inasprito com’è dall’appoggio, che egli attribuisce a Washington, di un fallito colpo militare a Caracas e dal recente invito del telepredicatore americano Pat Robertson ai servizi segreti di «eliminare fisicamente il dittatore». Bush si è sforzato di placare le acque e ha mostrato comprensione per il progetto venezuelano di costruire un reattore nucleare con fini pacifici. E poi su un punto egli è d’accordo con Chavez e anche con Castro: il Ftaa è praticamente già morto.