Maradona in ospedale, ora è depresso

Questa non è una scena del film che oggi debutterà nei cinematografi italiani. Non è un fotogramma censurato de la Mano de Dios. È cronaca di un ragazzo di quarantasette anni che non sa ancora quando diventerà uomo.
Si è svegliato di notte, alle due e mezza e ha incominciato a strillare, chiamando a voce alta Alfredo Cahe, il suo medico personale, insultandolo: «Hijo de, non voglio stare qui, portami subito a casa, adesso». Gli hanno dato da bere, due sorsi d’acqua con un sedativo, el pelusa si è calmato, si è accucciato, addormentandosi.
Diego Armando Maradona è ricoverato al Sanatorio Guemes di Baires, piano tredicesimo. I medici parlano di depressione, di stato generale da riequilibrare, di problemi dovuti all’igiene alimentare, all’alcol e anche al fumo, voce questa mai entrata nel repertorio di Diego Armando, spugna di droghe varie ma non del tabacco. Il líder máximo e le abitudini cubane gli hanno fatto scoprire e apprezzare i sigaroni habanas, tre al giorno, peggio di un tackle da dietro. L’alcol ha fatto il suo e la farándula il resto. Maradona si è messo a fare il faranduléro, che a Cuba e in gergo spagnolo significa quello che sta sempre nei locali di moda, che va nelle discoteche più affollate, da noi sarebbero gli abitanti di Coronapoli.
Il bollettino medico di ieri mattina, firmato dallo stesso Cahe, ha confermato che Maradona è in cura sotto l’effetto di farmaci, è fuori pericolo, le sue condizioni sono in buona evoluzione, l’astinenza da alcol un punto interrogativo. Resterà al Sanatorio almeno per quarantotto ore. Di certo non si è trattato di un normale check up come si è affrettato a dire, con il cuore in mano, Marco Risi, regista del film da oggi in circuito. È la solita tattica di copertura e giustificazione che nel tempo ha reso ancora più fragile Diego, attorniato da complici e cortigiani, non da amici veri che sarebbero serviti e ancora servirebbero per aiutarlo a crescere.
Maradona, secondo lo stesso dottor Cahe, è in crisi depressiva per motivi famigliari. La presenza di Dalma e Giannina, al Sanatorio Guemes, smentisce il rapporto difficile con le figlie ma l’assenza di Claudia, moglie e nuova amministratrice della sua professione di ex, ribadisce la lacerazione del rapporto, la solitudine (di sempre) del campione, la sua fuga infantile e irresponsabile da una realtà più complicata di un dribbling.
Fino a quando Diego Armando ha potuto scaldare il mondo e il proprio sangue, toccando il pallone, il resto poteva contare meno, erano vapori, asterischi privati, pettegolezzi sulla sua vita, trattati, con fastidio e spocchia, dalla sua corte.
Il pallone, da tempo, è soltanto una pagina di diario, un film meraviglioso ma lontano, Maradona è scivolato, si è rialzato, è tornato a sbandare, ha finto di esistere senza davvero essere, ha ingannato il proprio corpo che prima ha accettato il trucco, poi, perfidamente, si è ribellato, principiando dal cuore, con un infarto, poi gonfiandogli la pancia, centoventotto chilogrammi sulla bilancia, la pelle grigiastra, gli occhi arrossati, il volto deformato. Un by pass gastrico lo aveva riportato tra gli umani, a sessantacinque chili, sembrava l’inizio di una nuova esistenza, gli show televisivi, le passerelle oceaniche nella sua piedigrotta napoletana, le partite del Boca, della nazionale argentina, di calcio, di pallacanestro, di tennis, lui in tribuna, con «l’albiceleste», la maglietta a strisce bianche e azzurre, lui stesso bandiera di un popolo, il «Che» del prato verde.
A quarantasette anni, Diego Armando Maradona è di nuovo un uomo solo, non più al comando. In una stanza di ospedale, con i fotografi che bivaccano per illuminare con un flash un viso che resta buio, dietro il sorriso rabbioso. Il suo ultimo «padre» spirituale, Fidel Castro, è tornato a scrivere parole di fuoco contro Bush e tutto il resto, per dimostrare di essere ancora líder e máximo. A Diego Armando, paziente del tredicesimo piano al Sanatorio di Buenos Aires, restano i mozziconi degli habanas, il puzzo di alcol e la memoria di un tempo, sperando che Dios gli dia ancora una volta una Mano.
Tony Damascelli