Maratona, diario da New York: "In gara con tutto il mondo"

Il racconto della corsa in presa diretta: "A volte ti chiedi “chi me l’ha fatto fare?” Qui non succede perché è un evento unico"

New York - In ogni maratona c’è il momento dei perché. Dei grandi dubbi che ti portano a riflettere sulla scelte della vita e che in estrema sintesi si possono riassumere in una domanda secca: «Ma chi me l’ha fatto fare...». Generalmente sono i tormenti che arrivano dopo il 30º chilometro quando i muscoli cominciano ad impazzire e le forze ti stanno per abbandonare del tutto.

Generalmente, appunto. Ma New York è una città speciale quindi succede tutto molto prima. Ti alzi ed è buio pesto nonostante i neon di Times Square che non si spengono mai e i lampeggianti delle auto della polizia che sfilano in colonna per andare a prendere servizio. Ti alzi, metti il naso fuori dalla porta girevole dell’albergo in pieno centro di Manhattan e ti arriva addosso una sventagliata di aria gelida che ti trapassa come una radiografia. E il giorno della maratona. Si capisce dalle transenne piazzate un po’ dappertutto, dalle frotte di volontari in pettorina gialla dei road runners con in mano il loro immancabile beverone di caffè bollente e dai bus a motore acceso fermi davanti agli ingressi degli alberghi. Sopra ci stanno maratoneti in attesa di essere «deportati» alla partenza di Staten Island. Giacconi, sacchi di plastica con i buchi per le braccia, felpe sgualcite e maglioni con storie di anni raccontate da gomiti e spalline: ognuno si copre meglio che può perché ha davanti a sé l'incubo del Verrazzano Bridge.
Sul prato di fronte ponte, al freddo e pigiati all'inverosimile, ci si resta per quasi tre ore. E una bella prova soprattutto per chi è debole di stomaco. Non c’è nulla da fare. Americani, Italiani, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, spagnoli, cercano di solidarizzare in un incomprensibile miscuglio di lingue. Gli organizzatori non fanno sconti: ti controllano, ti dividono per colore di pettorale e poi ti sbattono dentro con i modi bruschi che spesso hanno da queste parti. Ad alleviare l’attesa ci sono i soliti beveroni di caffè. Dentro le «griglie» il tempo non passa più. Si aspetta la partenza battendo mani e piedi e il botto del cannone che dà il via arriva proprio come una liberazione. Il resto è corsa. Che comincia sul Verrazzano che oscilla sotto il peso dei quarantamila e continua tra Brooklyn, il Queens e il Bronx in attesa di Manhattan. Un crescendo di emozioni che cancellano i tormenti dell'attesa e del freddo passo dopo passo, miglio dopo miglio. È una festa vera con una città ai tuoi piedi: Brooklyn e Harlem ti fanno sentire a casa, basta avere una maglia con i colori italiani per conquistarsi simpatie applausi e incitamenti.

Prima di te sono passati campioni come Stefano Baldini, Martin Lel, Hendrick Ramaala ma la gente è ancora lì che ti aspetta dopo tre ore buone. E applaude, ti incita, sventola bandiere e ti dà il cinque. Tante le mani «scure» che si tendono, che offrono biscotti, banane, acqua e cioccolatini. Ad Harlem davanti al teatro Apollo tra due camioncini che vendono hot dog e alcune bancarelle di borse ed occhiali c’è una «grossa» signora di colore che offre acqua e noccioline tostate alla vaniglia: sorride, mette la mano in una borsa di cellophane e offre il rifornimento a chi passa dalla sua parte. E così via tra il tifo di neri e portoricani fino a sotto la statua di Duke Ellington dove, ovviamente, suona un'orchestrina jazz.

New York è così, partecipa. Per un giorno si ferma e applaude senza troppi mugugni come capita dalle nostre parti quando si corre nelle città che corrono ma solo per lavoro. La Grande Mela questa maratona l'ha adottata ormai da tempo. Ha capito che è un evento che cattura l'attenzione in mondovisione e se la tiene da conto, se la coccola. Basta passare dalla «quinta» per rendersene conto. O entrare in Central park e due miglia e mezzo dall'arrivo: c'è chi ti segue in bicicletta per incitarti a tirar fuori quelle poche energie che ti sono rimaste. Aiutano, certo, ma bisogna però cavarsela da soli perché il finale tra curve e saliscendi è duro davvero proprio come si vede nelle dirette Rai quando a giocarsela sono i keniani o qualche nordafricano. Lì ci sono le voci di Bragagna e Pizzolato a raccontare la fatica di chi corre e ieri la vittoria di Martin Lel e il quarto posto di Baldini. Ma dopo qualche ora le telecamere si spengono e chi corre resta solo con la sua fatica. Ed è il solito silenzio pieno di «perché» che trovano una strabiliante spiegazione solo quando si oltrepassa la finish-line. Perché New York è una gara indimenticabile.