Maratona notturna, vincono i «volponi» ex dc

Sconfitti Parisi e chi chiedeva il voto segreto, all’alba spunta la lista di 98 «autocandidati»

da Roma

Alla fine l’han spuntata Franco Marini e Francesco Rutelli, dunque ad Arturo Parisi non è rimasto che lamentare come in «una riunione di sherpa si sono divisi le percentuali per l’Assemblea federale, mentre si poteva semplicemente applicare lo statuto e votare». Lo aveva detto sin da venerdì, il profeta del Partito democratico, che «se non si vota si parte col piede sbagliato», perché «la democrazia impone il rispetto delle regole». Ma è andata alla democristiana, dopo una riunione notturna iniziata alle 21,30 e trascinatasi estenuante sino alle 4,40 del mattino. Così, per protesta, Parisi ha finito col non votare né la riconferma di Rutelli alla presidenza della Margherita, né tanto meno il «listone» dei 98 designati all’Assemblea federale.
È finita come volevano le vecchie volpi. Dei 98 componenti del parlamentino interno eletti dal congresso (gli altri 300 circa, di diritto o regionali, ne seguono la ripartizione), 26 sono andati a Rutelli, 8 a Lamberto Dini, 16 alla sub-corrente popolare di Enrico Letta, 6 sono parisiani disconosciuti da Parisi, e ben 42 rappresentano il vecchio Ppi mariniano. Insomma, tra Marini, Letta e Dario Franceschini, è sotto controllo il 60% dell’Assemblea federale. Questione decisiva, ricordando che da ora sino alla fondazione del Pd tra un anno, «tutti i poteri congressuali» sono affidati al parlamentino. E se le elezioni europee dovessero decretare che il matrimonio coi Ds non s’aveva da fare, il vecchio scudo crociato avrà la forza numerica per decidere la rapida rinascita come la Fenice.
Sublimamente democristiano, è il metodo con cui si è giunti a tal risultato. Guai, a parlar di «lista bloccata», ma «casualmente» ci si è trovati con 98 autocandidati per 98 posti. Che fai, le cabine di legno e lo scrutinio segreto in tanta e provvidenziale «trasparenza»? La proposta, avanzata da Antonio La Forgia, è stata respinta con solo 11 voti a favore e 5 astenuti su 1.794 aventi diritto. Così il «listone» è stato approvato in quattro e quattr’otto, con 4 contrari e 12 astenuti. Per vellicar Parisi, han promesso che la presidenza andrà a Enzo Bianco, democratico storico. Ma i parisiani han subito rigettato: «Che fanno, prendono in giro? Come non sapessimo che Bianco a Catania ha fatto l’accordo coi mariniani».
Quel che è successo la notte prima è inenarrabile. Perché Parisi s’è rifiutato di mandare il suo rappresentante, Fausto Recchia. E gli altri vantavano ognuno una quota superiore a quella riconosciuta dagli «amici», tale che i 98 sarebbero dovuti montare a 150. L’alleanza ovviamente, era tra mariniani e rutelliani. Ma la lunga battaglia è sfociata in tregua quando si son trovati 6 democratici (tanti e non di più, eran disposti a riconoscerne a Parisi) che accettavano di entrare nel parlamentino pur senza la benedizione del leader. A quel punto, gli altri 92 se li son spartiti con reciproca soddisfazione, e facendo lestamente girare la parola d’ordine del guai a chi volesse autocandidarsi, perché se solo solo diventavano 99 addio acclamazione e toccava votare sul serio, come invocava Parisi.