MARC LEVY «Libero perché non impegnato»

Parla lo scrittore più letto di Francia di cui esce oggi in Italia «Amici miei miei amori», storia di single con figli

Che cosa fa un autore di bestseller che comincia a scrivere il suo primo romanzo? Si rivolge all’unico potenziale lettore del momento: suo figlio. Era il 1998 e Louis Levy aveva 11 anni. Marc, il papà, a 37 aveva già vissuto tre vite: dirigente della Croce Rossa parigina, fondatore di aziende di successo nella computer grafica in California e Colorado, titolare di uno studio di soluzioni tecnologiche per l’architettura di nuovo in Francia. Con Se solo fosse vero, tradotto anche in un film in testa ai box office, cominciava la sua quarta vita: scrittore di fama a Londra. Da allora, ha venduto più di dieci milioni di copie dei suoi libri, è l’autore più letto di Francia.
Proprio oggi esce in Italia Amici miei, miei amori (Corbaccio, pagg. 322, euro 16.60) e in Francia Les enfants de la libérté (Robert Laffont). Storia di amicizia tra uomini single che decidono di vivere insieme con i loro figli, il primo libro. Storia di guerra per la libertà a sfondo ebraico con reminiscenze familiari il secondo. «Quando iniziai - dice Levy sorseggiando un decaffeinato in un albergo romano - non sapevo di scrivere un romanzo. Volevo solo regalare una storia a mio figlio per quando avesse raggiunto la mia età. Da coetanei, saremmo stati i migliori amici del mondo». Il bello è che Louis poi l’ha letto il libro, e ha detto: «It’s cool», «È figo».
Marc Levy è il prototipo dell’autore non impegnato. «Odio mandare messaggi. Sollevare questioni, scambiare qualche domanda, non è come imporre delle risposte. Certo, se un lettore si riconosce in un mio dialogo o una frase sono contento, ma non è questo che cerco». Essere impegnati per Levy significa tutt’altro che essere uno scrittore, tanto meno impegnato. «Per me è stare sul campo, uno tra molti altri, con umiltà, e non davanti allo specchio a pensare quanto sei bravo, perché in quel caso sei solo uno che si autoesalta o si autopromuove. Non significa stare seduti a una scrivania a fare libri, o apparire in televisione. Ma non c’è neanche bisogno di rischiare la vita in Africa, basta nutrire gli affamati». Non parliamo poi dell’impegno politico... «Tante volte mi hanno chiesto per chi voto e io rispondo che non deve importare a nessuno come voto io. Il bello della democrazia è la libertà e il voto segreto».
Ovviamente, non strapperete mai una condanna degli scrittori cosiddetti impegnati da uno che non lo è. «Non giudico nessuno, la letteratura è libertà, è bella perché varia. Personalmente non credo di avere i titoli per dare lezioni. Oppure, se mi capita, cerco di farlo con humour. Una delle mie storielle ebraiche preferite è il rabbino che chiede: qualcuno ha domande? Io ho le risposte. Per me è l’opposto». Bene che ci siano autori per poche decine di lettori, e altri per alcune centinaia di migliaia. «La letteratura è una scala, per arrivare in cima hai bisogno anche degli scalini più bassi, non puoi chiedere a tutti di saltare subito sul più alto. Poi ci sono scrittori la cui reputazione dopo venti o cent’anni cambia completamente. A me non importa, io non ci sarò, la posterità non m’interessa. Mia nonna mi diceva: molti pensano che sia importantissimo avere una statua dopo morti, ma se pensi cosa fanno i piccioni sulle statue la cosa non è più così attraente».
Un bestseller non si costruisce. «Non è che ti svegli e dici “ora faccio un bestseller”. Sono i lettori a deciderlo. Il pubblico è più intelligente. Ci sono autori che inventano un personaggio e fanno una serie come i ristoranti che si specializzano in una portata, e non c’è nulla di male. Io sono come quei ristoranti dove vai e non sai quello che ti offrono. Bado solo a fare il mio lavoro con grande onestà e senza mai prendermi sul serio». Un giorno, Marc Levy smetterà di scrivere. «Ho vissuto già quattro vite, vorrei arrivare a otto, una più dei gatti». La politica non gli interessa, il potere neanche («Se usi il potere, perdi la creatività»). Vorrebbe tornare all’impegno umanitario, non alle aziende. I soldi contano solo «perché danno la libertà di viaggiare: per cambiare città o guidare un’auto bisogna pagare l’aereo e la benzina». Non possiede una casa. «Stare in affitto è un grande privilegio, mi ha reso libero». È ancora la nonna a dargli la linea. «Dopo il primo contratto mi disse di prendere una moneta dal suo borsellino, me la fece stringere nel pugno, mi rivoltò la mano e mi disse di aprirla: la moneta cadde. Vedi, disse, questo succederà al tuo denaro il giorno in cui muori ed è quel che è successo al più ricco ospite del cimitero».
Il libro che esce oggi in Italia è un inno alla libertà, senza le invenzioni surreali dei primi, ma con la leggerezza di uomini e donne che vivono senza paura di cambiare. Senza impegno.