Marcello Gallian Fascio, anarchico e grande scrittore

M onaco blasfemo, aristocratico sovversivo, fascista anarchico: più che una vita avventurosa, quella di Marcello Gallian è un ossimoro, che Paolo Buchignani ci racconta in un avvincente romanzo, Il santo maledetto , pubblicato da Odoya (pagg. 208, euro 13). Nato a Firenze nel 1902, il futuro scrittore, appena adolescente, pronuncia i voti nel convento della Santa Trinità per scappare poco dopo a cercar la bella morte tra gli arditi e gli uscocchi di Gabriele D'Annunzio. Finita l'avventura fiumana si getta nella politica, per realizzare il programma fascista di San Sepolcro: giustizia sociale, abolizione del Senato, abbassamento dell'età per poter votare, riduzione della giornata lavorativa e partecipazione dei lavoratori alla politica industriale.

La militanza si sposa con l'altra vocazione, quella dell'uomo di lettere, che mette il talento al servizio dei suoi ideali. Scrittore definito da Camillo Pellizzi «tra i più promettenti del gruppo Novecento», guidato da Massimo Bontempelli, Gallian rovescia nella sua produzione letteraria tutto l'ardore che lo anima: «La forma non vale la sostanza - afferma nella prefazione a I segreti di Umberto Nobile (1928) - Questa è la nostra idea contro la teoria dei calligrafi… io scrivo come in guerra. Letteratura fascista è questa, sincera immediata violenta nuova». Paolo Buchignani, scrittore e storico che di Gallian ha già pubblicato una biografia, nelle pagine del Santo maledetto ci descrive l'ansia esistenziale di un uomo che insegue invano, per tutta la vita, il sogno di prendere in pugno le armi invece della penna, desiderio che per un banale incidente a una gamba non si realizzerà mai. Al contrario del suo amico Berto Ricci, con cui sulle pagine dell' Universale aveva condiviso il sogno di un fascismo «immenso e rosso», Gallian sopravvivrà, e male, al dopoguerra, sostituendo i pennelli alla penna. Il vecchio squadrista riprende la sua vecchia battaglia ideale al fianco di Stanis Ruinas, fascista repubblicano che con il suo Pensiero nazionale aveva tentato di traghettare i reduci della RSI dalle sterili spiagge della nostalgia missina all'unica rivoluzione che sembrava ancora possibile, quella comunista. Su quelle pagine, nel 1959 Gallian inizia a pubblicare quello che Montale, Ungaretti e tanti altri letterati gli avevano scritto negli anni del consenso, e che ora rischia di rovinare loro la reputazione. Ancora una volta, Gallian si scontra con la realtà, e a seguito di forti pressioni, la pubblicazione delle lettere cessa.