Marche, bus gratis se sei antifascista

Paolo Bracalini

«Biglietto prego?». «No, vede, Benito Mussolini mi fa schifo». Sugli autobus delle Marche in questi giorni la percentuale di antifascisti è altissima. Passeggeri di tutte le età, uomini, donne, bambini, ragazzini delle medie. Tutti pronti a giurare, davanti al controllore, di aver sempre combattuto contro il fascismo e i suoi epigoni. Qualcuno vanta ascendenti partigiani, iscrizioni all’Anpi, intona un «Bella Ciao», improvvisa una memoria di guerra. Forse può bastare un insulto ad un vecchio missino, una copia del Manifesto sotto il braccio, una tessera di partito, una foto di Cossutta. Perché per la Regione Marche gli antifascisti sono come i sordomuti, i ciechi, gli invalidi, i mutilati di guerra, le donne incinte. Anche loro hanno diritto al viaggio gratis sull’autobus. Lo ha deciso lunedì scorso la giunta di centrosinistra guidata dal governatore Gian Mario Spacca (Margherita), stabilendo i nuovi criteri per le tariffe agevolate sui trasporti pubblici regionali e locali. Nella delibera si legge appunto che tra le categorie «aventi diritto alla libera circolazione» sui mezzi pubblici delle Marche ci sono «i perseguitati politici, antifascisti e razziali riconosciuti».
Il problema è: riconosciuti come? Da che? Come si distingue un antifascista vero da un antifascista taroccato, un perseguitato razziale da un extracomunitario scroccone? La Regione non ne ha la minima idea. «Spetterà ai Comuni accertare i requisiti e fornire eventualmente il tesserino di esenzione all’utente», glissa un dirigente regionale. Gli antifascisti originali avranno così il patentino per viaggiare gratis sui bus, come gli invalidi sulla sedia a rotelle. Esentato dal biglietto anche chi si dichiari perseguitato per le proprie idee politiche o per la razza. Quindi, potenzialmente, chiunque potrà fare la fila agli sportelli comunali, delibera in mano, per diventare un militante partigiano, un dissidente, un martire dell’apartheid.
Di un criterio di riconoscimento non c’è traccia nella delibera. Si potrà presentare chiunque e autocertificarsi come antifascista? Servono delle prove? Referenze? I marchigiani si stanno interrogando. Nel giro di nemmeno una settimana la Regione Marche si è accorta di averla fatta grossa. Tanto che ora cerca di rimediare sostenendo che non c’è niente di strano in tutto ciò, solo un polverone sollevato ad arte. Un comunicato stampa spiega che c’è stato un equivoco, la delibera è stata male interpretata dalla stampa locale, che ha costruito un caso sul nulla. Stesso concetto ripetuto al telefono dall’assessore ai trasporti Pietro Marcolini, tecnico di area Ds. «La verità è che gli antifascisti invece sono una categoria molto precisa. Si intende tutti coloro che sono stati condannati dai tribunali militari fascisti, sono stati mandati al confino o cacciati dall’insegnamento. E questi sono fatti certificati dalle prefetture e dagli albi comunali». Quindi una pattuglia ridottissima di ottuagenari superstiti della dittatura mussoliniana. Ma quanti ce ne saranno tra Ancona e Ascoli Piceno?
Qualcuno la spiega in un altro modo. Pochi mesi fa la Regione ha aumentato il prezzo dei biglietti del 25 per cento. E ad ottobre aveva già alzato la tariffa dell’8 per cento. Provvedimenti poco popolari a cui si doveva rimediare con una mossa ad effetto. Esentare ultrasessantacinquenni, donne gravide, disoccupati, antifascisti, profughi e minoranze varie dev’essere sembrata la cura giusta per ricucire lo strappo. Ora però gli toccherà attivare anche quel master regionale sulla Resistenza per controllori di bus, e smascherare i «portoghesi» marchigiani travestiti da liberatori della Patria.
Paolo Bracalini