Il marchese comunista vittima dei suoi compagni

Clemente Manenti narra la vita di Antonio Pallavacini, l’ungherese ucciso nel 1957 per colpa dei suoi nobili natali

«Se l’Ungheria, con nove milioni di abitanti, ha processato, imprigionato o deportato in due anni un milione e mezzo dei suoi cittadini, quanti ne avrebbe dovuto processare, imprigionare, deportare l’Unione Sovietica con duecentoquaranta milioni?». A chiederlo al dittatore ungherese Rákosi è il capo della polizia segreta sovietica Beria, durante un incontro nel giugno del 1953. Tre mesi prima è morto Stalin, mancano tre anni alla rivoluzione che segnerà il destino di una generazione di giovani progressisti. Antonio Pallavacini è uno tra questi. La sua storia, la racconta Clemente Manenti in Ungheria 1956. Il cardinale e il suo custode, da poco in libreria per i tipi della Sellerio (pagg. 244, euro 10).
Nato nel 1922 da una famiglia aristocratica, Pallavacini è nipote di Janza Károly, il presidente che nel 1918 devolse i propri beni al proletariato. Dopo gli studi, si arruola volontario nella cavalleria per poi essere ammesso nella prestigiosa accademia militare Ludóvika. È di idee socialiste e si avvicina alla politica durante la seconda guerra mondiale, coordinando diverse attività resistenziali, ma viene presto arrestato dalla Gestapo. Dopo qualche giorno è libero, ma è ferito. Passa all’Armata rossa e, una volta finita la guerra, torna in patria. Intanto l’escalation dei filosovietici sembra inarrestabile. Col beneplacito di Stalin, infatti, i comunisti spazzano via la neonata repubblica ungherese e la sostituiscono con la dittatura. Sono giorni di terrore, migliaia le vittime e gli arresti: il 26 dicembre 1948 tocca al cardinale e Primate magiaro József Mindszenty, sei mesi dopo al ministro degli Esteri comunista Rajk.
Pallavacini si sente stretto in una morsa, ma è ancora affascinato dall’utopia socialista. Sceglie quindi di cambiare nome. Diventa Antal Pálinkás. Non basta. Resta comunque un marchese e nell’esercito «popolare» continua a essere guardato con sospetto. Finisce così al reggimento di Rétsag, a dieci chilometri dal vecchio castello del conte Almassy, dove è esiliato Mindszenty. Siamo ormai al 23 ottobre 1956: Budapest è in mano agli insorti, il vecchio regime tracolla, l’esercito è allo sbando. Pálinkás/Pallavicini viene incaricato dal nuovo governo di Nágy di scortare nella capitale il Primate, che dopo quattro giorni è costretto a riparare nell’ambasciata statunitense, dove resterà «prigioniero» per quasi quindici anni. Ripresa Budapest, per i comunisti filosovietici da amico del socialismo Palinkás è diventato un «controrivoluzionario reazionario». La prima indagine sul suo conto è chiusa il 4 gennaio 1957. È scagionato, ma deve congedarsi e si ritrova a fare il meccanico. Sei giorni dopo si decide di processarlo. In primo grado è condannato all’ergastolo, ricorre in appello, ma ormai è rassegnato: «Hai mai visto una controrivoluzione senza il nemico di classe? Io sono il marchese, io sono il nemico di classe» dirà al compagno di cella, lo scrittore Gyula Háy. La pena, anziché diminuire, si aggrava: la sentenza capitale è eseguita il 10 dicembre 1957.
Il suo corpo finisce sottoterra nella «zona speciale» del Rákoskeresztúr, il cimitero della città, insieme ad altre trecento vittime e ad alcune carogne degli animali dello zoo. Per una generazione di giovani il buio a mezzogiorno cala così anche a Budapest.