Marchese, quando il vetro diventa pura luce

Fra tre anni Giancarlo Marchese, protagonista tra i maggiori dell’astrattismo italiano e decano degli scultori lombardi (è ormai milanese d’adozione, anche se è nato a Parma), festeggerà l’ottantesimo compleanno. La Fortis Bank, nella sua bella sede milanese, ha deciso (o, almeno, così è sembrato a noi) di ricordare la ricorrenza con largo anticipo, forse ispirandosi alle celebrazioni per il futurismo che sono iniziate già l’anno scorso, anche se il manifesto di Marinetti è del 1909. In ogni caso, la mostra è di sottile fascino, incentrata su diciotto opere di grandi dimensioni collocate liberamente nello spazio, all’esterno e all’interno.
Dicevamo del profondo rapporto dell’artista con Milano. Nella città lombarda Marchese è arrivato dopo la guerra e da allora non si è più spostato. A Milano, all’Accademia di Brera, ha studiato, sotto la guida di Minguzzi e Marini. A Milano ha trovato i primi incoraggiamenti, che gli sono venuti da un critico anche lui milanese d’adozione come Guido Ballo. A Milano, infine, ha insegnato per quasi tre decenni, sempre all’Accademia di Brera, formando generazioni di artisti. Ma non solo. Al di là dei dati biografici, Marchese è un erede della tradizione lombarda che muove da Medardo Rosso. Dietro il suo modo di pensare la scultura, infatti, c’è la lezione appunto di Rosso: della sua volontà di perseguire non la monumentalità, ma la leggerezza. Creare superfici in espansione; suggerire che tutto è luce, che l’uomo stesso non è che uno scherzo di luce: questo insegnamento pervade anche l’opera di Marchese. Il suo intento è scolpire una materia che sia luce essa stessa e abbia nel grigio industriale della ghisa o nel rosso introverso del ferro la nota di contrappunto e di contrappasso, la dimensione opaca che ne esalta per contrasto la trasparenza.
Questa lezione, come notano nei saggi in catalogo il curatore della mostra, Frank Herreman, e Francesco Tedeschi, cui si deve una documentatissima ricostruzione della vita e dell’attività dell’artista, Marchese l’ha adattata a un materiale apparentemente poco modellabile: il vetro. La sua invenzione è stata di riuscire a ondularlo come se fosse cera, o creta, o sabbia mossa dal vento. L’idea gli è venuta frequentando un’officina per la lavorazione dell’acciaio e iniziando a modellare la forma in negativo su grandi lastre metalliche che funzionavano come stampi. Niente di particolarmente lirico, dunque. Anzi, Marchese ha sempre dichiarato di aver scelto un vetro comune, di quelli che si usano per le finestre, come a sottolineare la natura non estetizzante né alchemica della sua ricerca. Ha ragione. Eppure questi suoi vetri mossi come veli sembrano proprio il frutto di un incantesimo.
LA MOSTRA
«Giancarlo Marchese, sculture di vetro», Milano, via Cornaggia 8. Fino al 13 luglio. Catalogo Mazzotta. Info: 02 575321.