«Dalla Marchi un cinico lavaggio del cervello»

Secondo il tribunale le due donne per almeno sette anni «hanno approfittato delle disgrazie altrui»

Stefano Zurlo

da Milano

Dieci anni di carcere. Una pena pesante quella inflitta il 10 maggio scorso alle due signore della truffa Wanna Marchi e Stefania Nobile. Una condanna che ora il tribunale di Milano, presieduto da Paolo Micara, spiega in trecento pagine. Il collegio non ha dubbi nel soppesare «la particolare gravità della condotta posta in essere»: «sotto la parvenza di una regolare attività commerciale» si nascondeva «un’attività di natura puramente criminale finalizzata esclusivamente ad estorcere con l’inganno denaro ai clienti». Insomma, le televendite mascheravano una catena di montaggio delle truffe e sono da considerare anche «il lungo arco temporale durante il quale si sono svolte le condotte in contestazione, la notevolissima consistenza degli illeciti profitti ricavati, la gravità dei danni materiali e morali cagionati alle persone offese, il notevole numero dei danneggiati».
Il tribunale ha davanti a sè un quadro desolante: «L’associazione a delinquere e l’attività truffaldina si sono protratte per lungo tempo (quanto meno per sette anni dal 1994 al 2001); inoltre gli imputati si sono avvalsi di uno strumento molto offensivo e invasivo poichè per attirare i potenziali contraenti hanno utilizzato trasmissioni televisive particolarmente accattivanti e aggressive andate in onda su reti nazionali e che pertanto entravano nelle case di tutti gli italiani, colpendo inevitabilmente le persone più sole, meno occupate e maggiormente bisognose di aiuto o denaro».
Il processo a Wanna Marchi, al suo convivente Francesco Campana, più defilato e condannato a 4 anni, e alla figlia Stefania, ha dato voce alla vittime che per lunghi anni erano rimaste impigliate, come le mosche sul miele, a promesse di vite diverse.
«Gli imputati - prosegue il tribunale - hanno posto in essere artifici e raggiri, consistiti nel raccogliere informazioni personali e o patrimoniali dei potenziali contraenti, al fine di verificarne l’interesse al gioco del lotto e all’acquisto di prodotti magici, la sussistenza di problemi e difficoltà personali o finanziari e la capacità di spesa, nonchè la presenza di un’attitudine superstiziosa» e così hanno «indotto in errore» decine di sventurati, «facendo loro credere che con l’aiuto del mago o del maestro di turno, avrebbero ottenuto grandi vincite al lotto o comunque benefici personali o economici e che soltanto attraverso i continui pagamenti richiesti avrebbero potuto evitare i gravissimi mali prospettati».
Resta da capire come migliaia di persone, al Nord come al Sud, abbiano ceduto alla tentazione scintillante del numero fortunato e poi siano scivolate, in una deriva senza fine, dentro le spire del ricatto. E abbiano chinato il capo versando milioni per allontanare negatività e malocchi, per evitare terribili incidenti o spaventose malattie ai figli, per recuperare armonie coniugali minacciate dalle forze oscure del male.
In tribunale è sfilato un campionario consistente del “popolo dei vinti“: molti stringevano fazzolettini di carta e piangevano nel raccontare vicende incredibili che l’opinione pubblica immaginerebbe confinate negli almanacchi di un’Italia in bianco e nero, contadina e analfabeta, inesorabilmente sorpassata e lontana nel tempo. C’è chi a Wanna Marchi e alla figlia ha dato trecento, cinquecento, persino seicento milioni. C’è chi ha svuotato i conti di famiglie benestanti pur di avere i talismani promessi dall’Asciè delle Marchi: candele, sacchetti di sale, rametti, pietre che avrebbero dovuto essere i pilastri di esistenze diverse. Amuleti insignificanti che grazie ai riti esoterici del mago Do Nascimento, oggi latitante in Brasile, avrebbero dovuto fermare sulla porta di case borghesi o popolari il tappeto volante delle disgrazie. Matrimoni sono andati in crisi, famiglie sono naufragate, qualcuno ha perso la dignità ed è andato in strada per guadagnare quel che serviva a continuare quel gioco perverso. «Un vero e proprio lavaggio del cervello», nella ricostruzione dei giudici. «Le Marchi - insistono implacabili i magistrati - avevano istruito gli operatori ad attirare all’inizio i clienti con un atteggiamento gentile, premuroso, professionale e ben disposto ad aiutare le persone in difficoltà e poi, a mano a mano che il cliente cadeva nella trappola, pagando somme sempre maggiori, a tenere un atteggiamento via via più duro e cattivo per tenere la controparte in soggezione e costringerla a pagare le somme richieste».
Ecco perchè alla Marchi e alla figlia è stato addebitato anche l’aver agito per motivi abbietti: «L’approfittare delle disgrazie altrui - notano i giudici -, delle infermità, delle liti coniugali, della morte di familiari e di altre disgrazie simili è comportamento caratterizzato da cinismo vile». E configura appunto l’aggravante prevista all’articolo 61 del codice penale.
Ci sono volute l’inchiesta-trappola di Jimmy Ghione e «Striscia la notizia» e l’indagine dentro quest’Italia profonda e rossa di vergogna del capitano della Guardia di finanza Piergiuseppe Cananzi per cancellare infine il sortilegio.