La Marchi sfida i giudici: «Esilio finito, torno in tv»

In attesa della sentenza, la televenditrice conduce un programma radio e presto lo porterà sugli schermi

da Roma

La cascata rumorosa di vocali è sempre quella, solo che per sei anni il rubinetto del wannamarchismo era rimasto a secco. Adesso, la Wanna l’ha riaperto e l’acqua che gorgoglia è la stessa di una volta, solo venata di autoironia. «Raccordo? - grida come una forsennata ai microfoni -. «No - ironizza il suo partner Marco Ciriaci - prendiamo la Flaminia». Lei è già oltre: i sorrisi scoppiettanti, le battute al vetriolo, le intemerate. «Aprite le orecchie - radiourla - e non i portafogli che tanto non vendiamo nulla». Ecco, Wanna Marchi fa il verso alla vecchia Wanna sepolta sotto una condanna a dieci anni. E riparte. Marchi contraffatti si chiama questo graffio lungo un’ora, tutte le mattine dalle sei alle sette, sulla frequenza di Radio Centro Suono.
Gli ascolti nel bacino laziale s’impennano, le mail arrivano a pacchi, la gente invece di apostrofarla corre a stringerle la mano. «Mi chiedono: quando torni in tv?». Sorpresa, Wanna Marchi sta per tuffare il suo faccione e i suoi capelli «rosso fuego, anche se quasi tutti bianchi», dentro lo schermo. Sembra incredibile, ma la palestra radiofonica è solo l’anticamera per rielaborare il personaggio e servirlo sul telecomando agli italiani.
«È sei anni che non faccio tv - dice seduta al tavolo di un ristorante romano - ma mi sembra ieri. Sono pronta a rientrare, a certe condizioni perché no?». Un signore alza il calice e le sorride. L’Italia del sale, del malocchio, dei rametti e degli spolpati rimasti soli con le loro lacrime, appare lontanissima. Il fascino trash della Wanna nazionale sembra prevalere sulla memoria. Lei guarda lontano, senza nemmeno il filtro degli occhiali Chanel, compagni inseparabili della stagione più buia: «Mi assalgono ancora giornate no: salgo in macchina e vago in autostrada per centinaia di chilometri. Poi torno da mio marito». Francesco Campana, sposato solo a Miami più di vent’anni fa, quando la Marchi oltre a far rotolare le vocali rotolava da un programma all’altro.
«Ero popolarissima, insegnavo all’università di Firenze, io che non ho studiato, recitavo col Trio, e dovevo rifiutare l’invito di Gino Bramieri a fare teatro con lui». Dopo l’arresto, gli insulti dei truffati, la condanna, sembrava tutto finito. «Anche i giornalisti non suonavano più al campanello di casa, a Castel del Rio e non costringevano più mio marito ad improvvisare: “Sono il giardiniere, le signore sono fuori”». Aveva provato di nuovo ad affacciarsi al davanzale degli italiani dagli schermi di Internet, ma era andata male: «Non mi piace, non mi ci trovo, non so neanche come si accende». The end?
Ma no. Prima una puntata a Carpi per promuovere un centro estetico, poi ad ottobre il debutto in radio e presto la tv. «Il format di Marchi contraffatti piace e dopo Pasqua lo porteremo in tv, nei nuovi studi di Radio Centro Suono. Ma spero di annunciare presto un programma nuovo in una grande rete nazionale». Dove liberare l’istinto artistico e non bombardare più le casalinghe di mirabolanti promesse. Dopo Pasqua potrebbe scendere su di lei e sulla figlia Stefania, che a Milano ha appena aperto un caffè, la mannaia dell’appello: l’accusa ha chiesto 10 anni e 4 mesi più, contrappasso, stop alle televendite per anni cinque. «Non so nulla», ripete. Poi in radio strilla: «Al massimo mi daranno la pena di morte, di più non possono».
Marco Ciriaci, spumeggiante, spara cattiverie su Sanremo. Lei tiene il passo e fa a pezzi il museo delle cere nazionale: «Quando ho cominciato, c’erano i Pippobaudo e i Mikebongiorno. Ora ci sono ancora loro. Ma adesso torno io. D’accordo?». E questa volta l’unghiata fa a pezzi una d. Come ai vecchi tempi.