Marchionne e l’Italia violenta: "Uno zoo con gabbie aperte"

L’ad Fiat: "Paese vergognoso, difficile spiegare all’estero cosa accade da noi. E sarebbe ora di aiutare le famiglie"

Un Sergio Marchionne con piglio da politico, ieri ha spaziato sui grandi argomenti dell’attualità parlando a Firenze, davanti alla platea dei Cavalieri del Lavoro. «Il Paese ha perso il senso istituzionale, la bussola è partita, qualcuno ha aperto i cancelli dello zoo e sono usciti tutti. È difficile andare in giro per il mondo a spiegare cosa succede in Italia. È vergognoso» ha detto commentando gli ultimi fatti di violenza che si sono verificati. «Gli episodi di violenza vanno condannati con fermezza. Dobbiamo prendere le distanze, tutti quanti, da una cultura disastrosa che alza la tensione sociale e nega il dialogo». «Una cultura che non ci appartiene e che serve solo a distruggere ciò che di buono stiamo tentando di costruire».
Quanto all’economia, «in questo clima di incertezza, aspettare la crescita senza fare nulla, appare più come un atto di fede» ha osservato l’amministratore delegato della Fiat, ammettendo che «coniugare una disciplina dei conti pubblici all’esigenza di crescita economica non è un esercizio facile»; ma ha aggiunto che «un processo di sviluppo, quando poggia sulla fiducia, sulla certezza e su basi robuste, è in grado di alimentarsi da solo». Tuttavia, ha proseguito, «è molto difficile che si generi da se, soprattutto in una fase debole come quella che stiamo attraversando». Secondo Marchionne «è adesso il momento di sostenere i lavoratori e le famiglie, di stimolare i consumi, di dare solidità e concretezza ai segnali di ripresa». Hai poi ammonito: il Pil «misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Una citazione di Robert Kennedy, frase che questi pronunciò nel 1968, tre mesi prima di essere assassinato a Los Angeles. «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni», ha detto Marchionne riportando la riflessione di Kennedy: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Down Jones, né i successi del Paese sulla base del Pil, che non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
A proposito della Fiat, «che nel 2004 sembrava destinata al fallimento», Fabbrica Italia «non è un progetto che nasce da un calcolo di convenienza». «Le logiche economiche e finanziarie ci spingerebbero verso altre scelte e verso altri Paesi che offrono condizioni più vantaggiose e maggiori certezze. Ma credo che la Fiat abbia il dovere di guardare prima di tutto all’Italia, per quello che essa ha sempre rappresentato e per quello che significa ancora oggi per il Paese». Eppure, ha osservato, «investiamo 20 miliardi e prendiamo anche gli schiaffi», riferendosi agli accordi di Pomigliano.
Quanto alla fabbrica campana, Marchionne ha ribadito: «L’unica cosa che stiamo chiedendo è la garanzia di poter lavorare». «Tutto il dibattito che ne è scaturito - ha detto riferendosi ai punti dell’accordo - è servito a richiamare l’attenzione sul problema. Mi auguro che il solo fatto di averne parlato serva a smuovere le coscienze e il senso di responsabilità. Le norme dell’accordo non sono state certo pensate per penalizzare i lavoratori, ma servono solo per far funzionare meglio la fabbrica, rendendola più competitiva. L’impegno a trasferire in Campania la produzione della futura Panda - ha sottolineato - non può prescindere che da una semplice garanzia: quella che l’impianto possa funzionare in modo normale e continuo».
Infine l’auspicio di un ritorno della domanda sul mercato dell’auto nel 2011, una battuta sulla busta paga («leggerla è un esercizio bizantino»), e uno sprone: «Il ministro dello Sviluppo economico? Lo aspettiamo anche noi».