Marchionne, l’uomo delle sfide prepara un futuro da banchiere

da Milano

Chissà che cosa ha in mente di fare Sergio Marchionne dopo il 2010. Una volta completato il piano di sviluppo del gruppo Fiat e raggiunti, se non superati, gli obiettivi prefissati (aumentare del 50% le vendite di veicoli nel mondo e ottenere un risultato della gestione ordinaria pari a 5 miliardi) l’attuale amministratore delegato del Lingotto avrà, di fatto, conclusa la sua missione. A quel punto il «guru» dei risanamenti, come è universalmente conosciuto, consegnerà alla famiglia Agnelli le chiavi di una Fiat rientrata nel novero dei grandi gruppi industriali internazionali? Oppure si lancerà in una nuova grande sfida che avrà ancora per protagonista il gruppo di Torino? È attorno a queste due ipotesi che, da qui ai prossimi mesi, si spenderanno sicuramente fiumi di parole e si eserciteranno decine di commentatori.
A riaccendere la discussione sul dopo 2010 di Marchionne, magari ai vertici di un’importante banca, è stata la notizia della sua nomina alla vicepresidenza non esecutiva di Ubs, il colosso finanziario svizzero, tra i maggiori nel mondo, trascinato per la prima volta in rosso (2,7 miliardi) dalla crisi dei subprime. Del corteggiamento di Ubs nei confronti di Marchionne, che già ricopriva la carica di membro del cda, si parla da mesi. Ma la sensazione che qualcosa si stesse realmente muovendo - nonostante le smentite del diretto interessato («vendiamo vetture») e le rassicurazioni arrivate dal presidente della Fiat, Luca di Montezemolo («parliamo della luna») e del numero uno dell’Ifil, Gianluigi Gabetti («non ci pensa proprio») - era riaffiorata la scorsa settimana. Così ieri, una volta diffusa la notizia della «promozione» a vicepresidente di Ubs, lo stesso Marchionne ha provveduto personalmente a gettare altra acqua sul fuoco: «È un incarico totalmente compatibile con l’impegno a tempo pieno come amministratore delegato della Fiat». I dubbi, però, rimangono. Il top manager che, nella vicenda della put option, è riuscito a piegare il braccio a un gigante come la General Motors, è troppo abituato ad affrontare e vincere le sfide «impossibili» per poter accettare un futuro di gestione ordinaria, o quasi. Ecco allora che «il prestigioso incarico», come lo ha definito Montezemolo, in seno all’Ubs, per Marchionne potrebbe essere la tappa di avvicinamento alla poltrona più importante del gruppo bancario. Ipotesi, peraltro, giudicata «verosimile» da chi lo conosce bene (il cda della banca, tra l’altro, proporrà all’assemblea di ridurre la durata del mandato dei propri membri a un anno).
Per Ubs, alle prese con una pesante crisi, poter contare su un Marchionne vicepresidente, seppur non esecutivo, ha il sapore di un’intelligente operazione d’immagine. L’attuale capo della Fiat, inoltre, non si tirerà sicuramente indietro nel momento in cui gli saranno chiesti consigli su come uscire al più presto dal tunnel. Affrontare e vincere le sfide fa parte del Dna di Marchionne: così ha fatto, per esempio alla Sgs, prima che Umberto Agnelli lo indicasse come l’uomo giusto a cui affidare, per portarla alla guarigione, una Fiat agonizzante.
Nel 2004 Marchionne era riuscito a risollevare la Sgs, leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, nell’orbita degli Agnelli: sotto la sua guida i margini operativi dell’azienda erano raddoppiati mentre il titolo aveva triplicato il valore. Marchionne, comunque, non è nuovo a tenere i piedi in più scarpe. Il neovicepresidente non esecutivo di Ubs è anche presidente, da alcuni anni, della stessa Sgs, nonché membro del board di Philip Morris. Tutti impegni, comunque, che non lo hanno mai distratto dalla sua missione: salvare a rilanciare la Fiat. E dopo?