Marchionne: «Lascerò l’Auto, è risanata»

Avvicendamento a Mirafiori nel 2007: «Ma resterò all’interno del gruppo»

Pierluigi Bonora

nostro inviato a Torino

«Nel 2007 lascerò la guida di Fiat Auto». A metà mattina la dichiarazione agli analisti di Sergio Marchionne spiazza il mercato e, probabilmente, buona parte del suo staff: le azioni Fiat, fino a quel momento sopra i 15,20 euro, scivolano a 14,5 per risalire nel pomeriggio e, quindi, chiudere a 14,96, in calo dell’1,63%. La precisazione successiva dello stesso amministratore delegato del Lingotto, sul fatto che comunque non lascerà il gruppo («la condizione base per esercitare le mie stock option è la mia presenza nel gruppo», ha poi aggiunto) non è servita a frenare la caduta in Borsa, così come la revisione al rialzo degli obiettivi di Mirafiori per il 2006 (utile operativo migliorato da 250 a 275 milioni) e l’indicazione, per il 2010, di un target di un utile netto del gruppo a 3,5 miliardi, «il migliore nella storia della Fiat». Il vicino cambio della guadia a Mirafiori è comunque sinonimo della guarigione completa di Fiat Auto. Tra i più accreditati successori di Marchionne alla guida della divisione ci sarebbe il «delfino» Alfredo Altavilla, responsabile delle alleanze industriali e neocapo di Powertrain Technologies. Altro candidato potrebbe essere il più giovane Luca De Meo, al volante del brand Fiat.
Archiviato dunque il piano varato nel 2004 che ha riportato il Lingotto in attivo e risanata l’Auto, ora la Fiat riparte con il progetto ambizioso di «ristabilire quello di Torino come come grande gruppo industriale»; davanti a oltre 250 tra analisti e investitori, con in platea il vicepresidente della Fiat, John Elkann, e l’amministratore delegato dell’Ifil, Carlo Sant’Albano, Marchionne ha delineato la Fiat del dopo crisi.
Il gruppo prevede di raggiungere nel 2010 un utile netto di 3,5 miliardi e un «trading profit» attorno ai 5 miliardi, 5 volte l’utile della gestione ordinaria 2005. Al termine del piano la liquidità del gruppo dovrebbe attestarsi a 3 miliardi, dopo la distribuzione di dividendi nel periodo per circa 2 miliardi, confermando nel 2007 il ritorno alla cedola sui conti di quest'anno. Il fatturato consolidato è visto a 67 miliardi, con un tasso annuo di crescita tra il 2007 e il 2010 del 7,6% e un margine operativo tra il 7,2% e il 7,8%. Complessivamente gli investimenti in ricerca e sviluppo ammonteranno a 16 miliardi.
La sola Fiat Auto, sempre nel 2010, prevede vendite per 32,5 miliardi (da 21,3 miliardi del 2005) con un margine operativo compreso tra il 4,5 e il 5,3%. Marchionne non ha nascosto la volontà di insidiare le posizioni di alcuni produttori. «La nostra crescita farà delle vittime», ha puntualizzato. A patire di più la rinascita di Fiat Auto potrebbero essere soprattutto i costruttori francesi (Peugeot, Citroën e Renault), ma anche marchi «premium» come Audi, Bmw e Volvo che la rilanciata Alfa Romeo vuole attaccare, in particolare, con le future 149, Junior e 169, rispettivamente nei segmenti C, B e nell’alto di gamma. Secondo il piano di Marchionne la quota di mercato di Fiat Auto nell’Europa Occidentale salirà, nel 2010, all’11% da circa l’8% previsto alla fine del 2006. Se si contano anche i furgoni, la cui redditività è superiore a quella delle vetture, il fatturato di Mirafiori arriverà a 35,5 miliardi da 21,3 del 2005. In termini di volumi, il gruppo automobilistico passerà dai 2,12 milioni di quest'anno a 3,5 milioni di unità (2,8 milioni escluse le produzioni derivanti dalle joint venture), con una crescita consistente in Turchia, Cina, India e Russia.
E sempre l’Auto, secondo l’ad, «dal 2008 sarà capace di essere totalmente indipendente. E ciò conferma che non ha bisogno di partner particolari per continuare lo sviluppo, anche se non escludo la possibilità che si trovino combinazioni che creerebbero una realtà produttiva più stabile. Adesso, però, combinazioni del genere non ne conosco». Per Marchionne, che ha parlato agli analisti al fianco dei suoi 60 manager il primo obiettivo finanziario è di riportare il «rating» del gruppo all’«investment grade» entro il 2008.