Il Marchionne politico schianta Fiat: -10%

Le uscite dalle righe di Sergio Marchionne, numerose soprattutto negli ultimi anni e direttamente proporzionali all’ascesa del top manager nel gotha della finanza mondiale, non sorprendono più di tanto il Lingotto. A Torino, come anche a Detroit, in casa Chrysler, ci hanno fatto il callo. E la famiglia Agnelli, nella veste di azionista di riferimento della Fiat, non può che condividere il Marchionne-pensiero, in particolare quando è in linea con le parole del capo dello Stato: «È arrivato il momento della coesione, non ci possiamo permettere questa confusione, è necessario avere una leadership più forte che ridia credibilità al Paese». Il giorno dopo le affermazioni rilasciate da Marchionne all’Ansa e oggetto di svariate interpretazioni (ce l’aveva con Silvio Berlusconi? E perché sferrare questo attacco proprio quando il premier stava intervenendo alla Camera sui temi economici? Un’azione premeditata per creare ancora più scompiglio? Ma era consapevole Marchionne delle possibili reazioni dei mercati alle sue parole?), è opportuno valutare che cosa abbia spinto il capo di Fiat e Chrysler a tanto. Se lo chiede anche un membro di spicco della famiglia Agnelli: «È inutile fare queste uscite in un momento delicatissimo per l’economia italiana...». Presi singolarmente, i componenti della dinastia cercano di dare il loro punto di vista sulle parole di Marchionne. «Anche se la Fiat è da sempre filo-governativa e legata mani e piedi alle istituzioni - aggiunge un congiunto - ciò non impedisce di dare delle valutazioni; da italiano sono comunque rimasto deluso dal discorso del premier: mi attendevo provvedimenti concreti». E sulla giornata nerissima del titolo Fiat (-10%) in seguito alle dichiarazioni di Marchionne, poi definite da un portavoce «una battuta», sull’idea di passare lo scettro nel 2015-2016 a uno dei 22 dirigenti della nuova squadra Fiat-Chrysler, per un altro esponente della famiglia «la più grossa azienda italiana è finita sotto tiro, un atteggiamento inspiegabile, visti i risultati lusinghieri ottenuti da Chrysler».
Vero è che il mercato vede il vuoto dietro all’attuale amministratore delegato il quale, a questo punto, avrebbe fatto meglio a sferzare il suo team in privato piuttosto che pubblicamente.
L’impressione, comunque, al di là dei pareri espressi dai singoli rappresentanti della famiglia Agnelli, è che l’azionista Exor e lo stesso Marchionne, accodandosi alle parole di Giorgio Napolitano, sollecitano una svolta, una prova maiuscola da parte di chi guida il Paese. «Il caso ha voluto - dice una fonte - che il cronista dell’Ansa, che ha seguito negli Stati Uniti un seminario sull’auto, ha chiesto a Marchionne la sua opinione sulla situazione italiana il giorno stesso dell’intervento di Berlusconi alla Camera». E il top manager ha risposto a modo suo, con schiettezza, ma generando ancora una volta problemi di interpretazione che il Corriere della sera, ieri, non ha mancato di rimarcare.
A Torino, comunque, l’imbarazzo è palpabile e si cerca di generalizzare il messaggio di Marchionne. Come a dire: non ce l’aveva con Berlusconi, ma con il sistema italiano, soprattutto politico, sempre troppo complicato, dove occorre un anno per prendere una decisione che richiederebbe al massimo una settimana. E la filippica sulle «scorrettezze nella vita quotidiana?». A chi era rivolta? In questi casi, proprio per evitare interpretazioni sbagliate e strumentalizzazioni varie, due le soluzioni: mordersi la lingua o fare nomi e cognomi. Marchionne ha parlato dal Michigan; nella nuova squadra Fiat-Chrysler che ha creato, si è riservato la guida del gruppo nel Nord America. A Washington le cose non vanno bene e l’economia traballa. È lecito attendersi da Marchionne, ora, anche un punto di vista, in tutta schiettezza, sulla congiuntura Usa. E sul yes, we can di Barack Obama.