Marchionne rilancia «Fabbrica Italia»

Sergio Marchionne, durante l’incontro con il ministro Paolo Romani, ha fatto subito chiarezza sui rapporti tra la Fiat e l’Italia: «Io - ha precisato, stringendo la mano al neoministro dello Sviluppoo economico - non ho mai minacciato di lasciare l’Italia». Per poi aggiungere, spegnendo così le polemiche di questi giorni: «L’impegno della Fiat non è cambiato: stiamo portando avanti il progetto degli investimenti, ma le condizioni di governabilità delle strutture industriali debbono essere stabilite e chiarite; una volta che le troviamo, procederemo».
Dopo il primo faccia a faccia con l’amministratore delegato del Lingotto, Romani può dirsi soddisfatto. Ha ottenuto, infatti, due risposte fondamentali per tentare di impostare un dialogo costruttivo con quella parte dei sindacati che continua a fare muro sul piano di rilancio industriale della Fiat: la rassicurazione del Lingotto sull’impegno nel Paese in cui ha le radici, è quella che tutti i dipendenti dello stabilimento di Pomigliano d’Arco saranno riassorbiti il prossimo anno nella Newco. È dunque importante il carteggio che Romani presenterà al premier Silvio Berlusconi che, insieme al sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Gianni Letta, ha incontrato per qualche minuto a Palazzo Chigi il top manager della Fiat. L’altro colpo messo a segno da Romani, poi, è quello di essere riuscito a prendere un po’ di tempo rispetto all’ultimatum posto da Marchionne nelle scorse settimane («Concedo due mesi di tempo per sciogliere il nodo Fabbrica Italia»), con la minaccia intrinseca di estrarre dal cassetto il cosiddetto Piano B, quello che dirotterebbe altrove (Serbia, Polonia, Turchia, Stati Uniti) la maggior parte degli investimenti destinati all’Italia. «Non c’è una data limite, c’è la voglia dell’azienda di investire», ha spiegato Romani, ben conscio però che con Marchionne non si può tirare più di tanto la corda. Il trasferimento tout court della linea di montaggio della futura piccola monovolune da Torino-Mirafiori a Kragujevac, in Serbia, è l’avviso che il top manager ha voluto dare la scorsa estate. «Se vengono ripristinati rapporti sindacali e industriali corretti - ha aggiunto Romani - se la Fiat intende spalmare i 20 miliardi di investimenti su tutti gli stabilimenti che ha - e ovviamente penso che così sarà - non solo potrebbe essere garantita, ma potrebbe anche essere incrementata l’occupazione prevista dal gruppo. Non siamo entrati nel merito dei vari impianti, ma spero che dopo questo incontro si apra una nuova stagione di rapporti sindacali e relazioni industriali». In proposito il confronto su Mirafiori sarà avviato nei prossimi giorni, come stabilito sempre ieri da Marchionne con Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil). Anche Romani ha annunciato l’intenzione di vedere quanto prima i sindacati «con l’auspicio - ha commentato - che una minoranza non pregiudichi un percorso industriale fondamentale». Il ministro, sempre per sgomberare il campo dagli equivoci, ha anche puntualizzato che «Marchionne non ha chiesto nulla, non chiede incentivi, non vuole un mercato dopato e, quindi, è escluso che ci possano essere altri aiuti statali all’auto». In mattinata il presidente della Fiat, John Elkann, accompagnato dal vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani, aveva visitato la fabbrica di Cassino, quella dove nascono la Bravo e l’Alfa Giulietta. «Il futuro - ha osservato Elkann - è un passo alla volta, e noi stiamo lavorando proprio per il futuro. Da noi c’è un problema di produttività, ma esistono le soluzioni».