La marcia dell’Iran sul Darfur

Massimo Introvigne

L'ennesima pace è stata firmata nel Darfur, la regione del Sudan dove è in corso una sanguinosa guerra civile tra musulmani fra milizie arabe - incoraggiate dal governo di Khartoum - e insorti locali africani, che condividono la religione degli arabi ma sono da questi considerati razzialmente inferiori e discriminati. Sarà effimera come le altre? È lecito chiederselo, dopo cinque "trattati di pace" rimasti sulla carta, centomila morti e due milioni di rifugiati, che in gran parte vivono in Ciad. Dieci giorni fa bin Laden in persona si è schierato con i vecchi amici del governo sudanese affermando che Al Qaida punirà chiunque tenti di interferire nei suoi affari interni. Più preoccupante ancora è considerare a chi si è rivolto il governo sudanese per garantire la pace sul terreno ingovernabile del Darfur. Due compagnie di Pasdaran, le guardie rivoluzionarie iraniane, sono sbarcate all'aeroporto di Khartoum e si sono dirette verso il Darfur, ufficialmente per dare il loro contributo all'opera di pacificazione. In prospettiva, è prevista la presenza nel Darfur di un intero battaglione iraniano.
I Pasdaran sono il pilastro del potere del presidente Ahamadinejad e del suo tentativo di ampliare le prerogative della presidenza rispetto a quelle degli ayatollah. Lo sbarco iraniano a Khartoum fa seguito a una visita del presidente sudanese Bashir ad Ahmadinejad che si è svolta dal 24 al 27 aprile. L'intelligence israeliana è convinta che gli accordi stipulati in quell'occasione prevedano una contropartita all'impegno militare iraniano nel Darfur: la disponibilità del Sudan - che in passato, prima di spaventarsi dopo l'11 settembre e rompere almeno formalmente con Bin Laden, aveva reso analoghi servizi ad Al Qaida - a nascondere nel suo vasto territorio materiale bellico iraniano e centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, in caso di guerra o anche solo di ispezioni più serie di quelle finora compiute, che non potrebbero estendersi al territorio sudanese.
Le truppe iraniane sono accompagnate da un commissario religioso, l'ayatollah Ramazani, e vengono dal Khuzestan, una regione sciita ma di lingua ed etnia araba della Repubblica Islamica. Fanno parte di un'unità di elite chiamata Vali E-Asar, un nome che fa riferimento a uno dei titoli del Mahdi, il messia atteso dagli sciiti iraniani ma anche da un'ala importante dei sunniti sudanesi, che ancora ricordano le vittorie conseguite contro gli inglesi da un avventuriero che si era auto-proclamato Mahdi nel XIX secolo. Sono anche intenzionate a sconfinare in Ciad, per attaccare i campi dei rifugiati che simpatizzano con la guerriglia anti-araba e per destabilizzare il paese africano sui cui anche Bin Laden ha da tempo messo gli occhi.
La vicenda non va assolutamente sottovalutata, non solo perché la nota brutalità dei Pasdaran fa temere il peggio per la "pax iraniana" nel Darfur. Da una parte conferma che quelle di Ahmadinejad secondo cui l'Iran si considera il guardiano dell'islam, autorizzato a intervenire militarmente in tutti i paesi musulmani, sciiti o no, non sono vane parole. Dall'altra mostra il gioco di sponda sempre più chiaro fra Al Qaida e Teheran. Bin Laden attira l'attenzione sul significato del Darfur per tutto l'islam e una settimana dopo, con la scusa di garantire la pace, si muovono i Pasdaran di Ahmadinejad. Ce ne dovrebbe essere abbastanza per far riflettere chi, come Prodi, pensa che la crisi iraniana si possa risolvere con la strategia del rinvio permanente cara a Bruxelles e alle Nazioni Unite.