Marcia indietro di Bush: in dubbio la sua presenza ai Giochi

Imbarazzo della Casa Bianca. Il 70% degli americani: sbagliata l'assegnazione delle Olimpiadi a Pechino

Washington - La fiamma olimpica brucia da vicino anche se corre lontano. Il suo sbarco a San Francisco ha perlomeno coinciso con una parziale ma significativa marcia indietro di Bush. Che egli diserti la cerimonia di apertura dei Giochi di Pechino rimane improbabile, ma non è più impossibile. Anzi. Lo ha ammesso la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, in una conferenza stampa. Giostrando a mezza via fra l’abilità e l’imbarazzo, infarcendo le conferme di smentite, ella ha pronunciato una nuova formula: la decisione di Bush di essere presente alla cerimonia «non è cambiata ma non è irreversibile»; tanto è vero che «non abbiamo pubblicato nessun programma di viaggio». Alla domanda se ciò significa che una cancellazione è possibile, la risposta è: «Non la metterei in questo modo». Ma alla deduzione che dunque la decisione era «irreversibile», la replica è stata che «il presidente può sempre cambiare».

È cambiato certamente, e di molto, il tono rispetto alla reazione iniziale della Casa Bianca agli avvenimenti nel Tibet, alla repressione e alle prime pressioni per delle contromisure almeno morali. Allora il presidente oppose un no categorico, quasi infastidito. Nell’inedita versione di «colomba», Bush era altrettanto reciso che nei suoi abituali pronunciamenti di falco. Questo tono è oggi scomparso, sostituito da un gioco di probabilità. Qualcosa, nel frattempo, è avvenuto. Le critiche sono piovute da sinistra ma anche da destra, così gli inviti a dare un segno concreto e clamoroso della propria disapprovazione per i diritti umani conculcati dal regime comunista, non soltanto nel Tibet ma nel Tibet, semmai, con maggiore evidenza. Al coro si è associata nelle ultime ore Hillary Clinton, che ha praticamente ingiunto a Bush di rinunciare alla presenza nella capitale cinese nel giorno dell’inaugurazione dei Giochi olimpici.

Gli ha dato una spinta nella stessa direzione, anche se il modo più indiretto, un altro candidato alla presidenza, il repubblicano John McCain: che non pone date specifiche ma avanza addirittura una sorta di «scomunica» per i regimi non democratici e vuole colpire la Cina non tanto nell’orgoglio olimpico quanto nel portafoglio. Impedirle, cioè, di assumere il ruolo di «osservatore» al prossimo vertice economico degli Otto, in programma ai primi di luglio a Hokkaido cui parteciperanno i «grandi» riconosciuti nel commercio internazionale, inclusa da tempo la Russia. Secondo McCain, invece, non soltanto Pechino ma anche Mosca dovrebbero essere tenute fuori e il vertice economico dovrebbe essere «rifondato» sulla base dell’esclusione delle potenze non democratiche. In questo senso si sono espressi anche il presidente della Camera Nancy Pelosi, leader di Paesi alleati a cominciare da Sarkozy e ultima ma non ultima, l’opinione pubblica Usa: in un sondaggio della Zogby viene fuori che il 70% degli americani considera sbagliata la scelta della Cina come sede delle Olimpiadi e il 48% chiede il boicottaggio della cerimonia inaugurale. Alle pressioni la Casa Bianca aveva finora opposto una sorta di resistenza passiva, anche se non priva invece di attività. Per esempio Bush si è tenuto in continuo contatto telefonico con Peter Uberroth, presidente del Comitato olimpico americano, che si trovava a Pechino, doveva partire venerdì e invece, dopo l’ultimo colloquio col presidente, ha anticipato a ieri il rientro. I motivi della renitenza a rompere con Pechino sono ovvi e hanno più a che vedere con la Realpolitik che con le ideologie. Pechino è una delle capitali dell’economia mondiale. Le Olimpiadi vanno e vengono. La Cina resta.