La marcia del Milan di Berlusconi Storia dei 25 trionfi rossoneri

Dal Mundialito 1987 ad Atene 2007: Gino Bacci racconta fatti e retroscena dei successi della società rossonera

Comprava Van Basten ma sognava di prendere Borghi. Trattava Gullit però immaginava di vincere grazie a Borghi. C’era sempre questo attaccante argentino in cima ai pensieri del presidente Berlusconi.
Il sudamericano non era solo un pallino del Cavaliere, era lo specchio nel quale riflettere la sua competenza, e Claudio Daniel i numeri li aveva. Peccato piacesse solo a lui.
Anzi, Borghi è ancora più di un conflitto calcistico, diventa un confine, quello fra chi sta con il presidente e chi non condivide, con garbo naturalmente, perché il capo è il capo, e alla fin fine i soldi sono i suoi. Chi ama il presidente ama Borghi? Quasi, perché contraddire il capo è sempre un mestiere difficile, anche se lui sa stare al gioco e sa lasciarsi convincere.
Con Arrigo Sacchi è quasi un conflitto. L’uomo di Fusignano allena, il presidente progetta. Come un appassionato di musica lirica che, disponendo di un teatro con buona acustica, si scelga il tenore per farcelo cantare. E il suo tenore preferito era argentino.
Cos’era ancora Borghi nell’immaginario del presidente del Milan?
Era l’acchito, il primo fremito una volta seduto al tavolo dei grandi della serie A. Lui che l’argentino se lo era visto in televisione all’improvviso, senza neppure sapere chi fosse. In televisione, proprio a Silvio Berlusconi.
A quei tempi c’era ancora Giussy Farina, ma era ormai agli sgoccioli. Berlusconi stava per fare l’ingresso e lo voleva trionfale. La finale di coppa Intercontinentale per club era solo una casualità, Juventus-Argentinos Juniors, l’ex club di Diego Armando Maradona, il meglio. Il presidente si mette in poltrona e il nome di Borghi neppure deve annotarselo, gioca d’intuito l’argentino e gioca d’intuito anche il Cavaliere.
Come sia finito questo idillio è storia nota, fra le più chiacchierate; Aldo Agroppi, allenatore del Como, se lo vide arrivare in prestito e disse subito che il giocoliere non sapeva dove collocarlo: «Erano arrivati due nuovi calciatori al Milan - ricorda il tecnico -. Uno era Rijkaard, ma il Milan ci prestò Borghi. Chissà come mai».
Berlusconi non s’impuntò, salutò il suo prediletto con un sorriso di circostanza e una vaga promessa, disposto a incassare la sua piccola sconfitta personale per il bene comune.
Daniel Claudio Borghi è solo un passaggio, uno dei 27 capitoli che completano La lunga marcia, storia critica dei venticinque trionfi del Milan di Berlusconi dal mundialito 1987 ad Atene 2007, scritto dal popolare giornalista Gino Bacci di cui le frasi in corsivo sono fedele testimonianza. C’è dentro il Milan del Cavaliere, il profumo dei tulipani, l’oltraggio di Alemao, gli arrivi e i ritorni di Capello e Sacchi, scudetti e Champions, Kakà, fino a Inzaghi dio della vendetta al Pantheon di Atene. Segreti e cose sotto il tavolo, la Lunga marcia appunto.
Gino Bacci, La lunga marcia, 220 pp, Edizioni Eco Sport, euro 13,50