La marcia trionfale di Obama «Ora Hillary non può più vincere»

Il senatore dell’Illinois in vantaggio nel conteggio dei delegati. Gli analisti: «La matematica condanna l’ex first lady. Per recuperare dovrebbe vincere in tutti gli Stati rimanenti con distacchi del 25%»

Lo spettro di Rudolph Giuliani aleggia su Hillary Clinton. L’ex sindaco di New York aveva puntato tutto su un grande Stato, la Florida, snobbando quelli piccoli. Ed è stato eliminato. L’ex first lady, dopo il Supermartedì, ha trascurato primarie considerate minori, preferendo concentrare la campagna sull’Ohio e sul Texas, che però vanno alle urne solo il 4 marzo. Otto Stati hanno votato nel frattempo e per otto volte l’ex first lady è finita ko.
I risultati dell’altro ieri sono devastanti: Barack Obama ha vinto 64 a 35% in Virginia, 60 a 37% nel Maryland e addirittura 75 a 24% nel District of Columbia, che ospita la capitale Washington. L’esito complessivo è umiliante: per la prima volta il senatore nero è in testa nel conteggio complessivo dei delegati, inclusi i superdelegati e secondo il suo stratega elettorale David Plouffe, «la matematica condannerebbe già Hillary». E buona parte degli analisti concorda con lui: per ottenere la nomination Hillary dovrebbe vincere in tutti gli Stati con un distacco di almeno il 25-30%. Un’impresa che sarebbe possibile solo se Obama crollasse, ma l’analisi del voto indica il contrario.
Hillary perde consensi anche in quelle che erano considerate le sue roccaforti elettorali. Nel Maryland e in Virginia la maggior parte delle donne, degli ispanici e dei bianchi a basso reddito ha votato per la prima volta per il suo rivale. Solo i pensionati bianchi sono rimasti fedeli alla Clinton, ma con percentuali in discesa al 60%.
Certo, nessuno può dire se il verdetto degli Stati bagnati dal fiume Potomac riflette gli umori del Paese. L’ultimo sondaggio nell’Ohio, ad esempio, indicherebbe di no: qui Hillary è in testa con ampio margine. Ma quel che sta cambiando è l’immagine di Obama: non è più il candidato dei neri, dei giovani e delle élite bianche, ma sempre più di tutti gli americani, senza distinzioni di razza o di censo, che vedono in lui un capo carismatico, capace di far rinascere il Paese.
Forse è solo un buon attore o forse no, ma quando parla riesce a emozionare, dà la carica; sì, fa sognare. E il suo volto da ragazzo perbene convince anche le elettrici, che oggi appaiono meno sensibili alla solidarietà con Hillary e, dunque, all’utopia di una donna alla Casa Bianca.
Per la Clinton è davvero un momentaccio. Ieri ha dovuto incassare le dimissioni del numero due della sua squadra elettorale ed è apparsa innervosita dalle voci secondo cui Nancy Pelosi, speaker democratico della Camera, potrebbe schierarsi con Obama, trascinando con sé buona parte del Partito e, soprattutto, di quei superdelegati che potrebbero risultare decisivi per l’attribuzione della nomination alla convention di Denver a fine agosto. Sui blog politici c’è chi pronostica l’imminente abbandono dell’ex first lady, ma i suoi fedelissimi smentiscono e accreditano l’immagine di una Hillary improvvisamente agguerrita. Si batterà fino all’ultimo, con le buone e con le cattive. Ieri non si è congratulata con il rivale per le ultime vittorie e si appresta a giocare la carta di John Edwards, il progressista che si è ritirato dalla corsa quindici giorni fa, e che da allora è rimasto alla finestra. Hillary lo avrebbe incontrato in segreto e lo avrebbe quasi convinto a schierarsi al suo fianco. Come? Offrendogli la vicepresidenza. E se così fosse, le conseguenze sarebbero colossali per il partito che verrebbe indotto a una scelta lacerante: o lui o lei, senza più la possibilità di un ticket Hillary-Obama o viceversa, auspicato dalla dirigenza democratica per evitare una spaccatura forse fatale per il voto di novembre.
Il senatore di colore snobba questi scenari e si comporta come se fosse già il candidato presidenziale. Nei comizi di ieri ha attaccato il repubblicano John McCain. Come dire: scordatevi Hillary, la Casa Bianca è affare nostro.