Marco Belinelli: "Presto conquisterò l’Nba"

Pochi minuti, tanta tribuna: è il primo anno dell’azzurro nel basket stellare. "È dura, ma ora è il mio mondo". La scommessa: "A volte spaccherei tutto ma so che devo avere pazienza"

In parecchi, negli Stati Uniti, si sono rammaricati del mancato approdo dei Golden State Warriors ai playoff della Nba, che partono sabato. La squadra di Don Nelson gioca un basket divertente e lo scorso anno con il suo successo al primo turno contro Dallas aveva acceso la fantasia di molti, facendo della propria Oracle Arena uno degli impianti più rumorosi della Lega. Stavolta, a divertirsi sono stati soprattutto gli avversari, che sono riusciti a segnare in media oltre 108 punti a partita, anche se ne hanno poi subiti più di 110 da una squadra che ha spesso in campo almeno quattro giocatori in grado di fare canestro in ogni momento.

Il problema è che spesso sembrano fare a gara per rubarsi la scena l'uno all'altro, e da questo conseguono disattenzioni difensive o magari quell'eccesso di invidualismo che porta allo sfascio. In più, questo era l'ultimo anno di contratto di molti di loro: Baron Davis, il leader, può uscire dall'attuale accordo per cercare più soldi altrove (o anche ai Warriors), e altri sette giocatori potrebbero prendere la medesima strada. Ed è notorio che nella Nba contratto in scadenza vuol dire frenesia di mettersi in mostra per dimostrare il proprio valore. In questa giungla di egoismi ed eroismi Marco Belinelli, confortato peraltro dall'affetto dei compagni di squadra, ha cercato di sopravvivere ad una difficile stagione di debutto nella Nba: le aspettative create dalla scelta dei Warriors di chiamarlo come numero 18 del draft dello scorso anno, e dalle parole di Nelson dopo pochi giorni di torneo estivo con la maglia di Golden State, si sono infrante contro una realtà che ha proposto alla 22enne guardia bolognese pochi minuti di gioco (ora sono 6.9 di media) e in 32 partite, poco più di un terzo di quelle giocate dalla sua squadra, che questa notte contro Seattle chiude la stagione.

Eppure Belinelli non ha rimpianti, confortato dalle parole di stima dei dirigenti dei Warriors. E anzi ha una forte voglia di ribaltare la situazione: «La voglia di giocare non mi ha mai lasciato, e stando qui ho capito di poterlo fare, solo che è stato difficile e non ho potuto fare altro che continuare a lavorare aspettando il mio momento». Il lavoro non è stato incentrato solo su aspetti del suo tipo di gioco che andavano migliorati, come la difesa, ma anche sul fisico: rispetto agli ultimi tempi di Bologna con la Fortitudo, Belinelli, che è alto 1.96, è vistosamente più robusto di prima, soprattutto nei muscoli delle spalle, cosa che lo può solo aiutare. «Io vedo che qui c'è gente come Andris Biedrins che ha aspettato due anni prima di giocare e dunque so che bisogna avere pazienza, ma in certi momenti spaccherei tutto. Per fortuna ho persone che mi stanno vicine, i miei amici, la mia fidanzata, e in squadra sto bene, ma vorrei far vedere quel che valgo. L'anno prossimo - e qui il tono si fa più serio, determinato - deve arrivare il momento in cui dimostrerò quel che so fare».

Arriverà tramite una nuova partecipazione alla Summer League di Las Vegas, dal 9 al 22 luglio, quella in cui lo scorso anno al debutto segnò 37 punti facendo straparlare persino Nelson, poi ancora lavoro individuale con uno dei tanti assistenti allenatori («hanno tutti sempre molta voglia di lavorare con noi») e successivamente l'Italia, o perlomeno il dilemma Italia: in agosto la nazionale deve giocare le qualificazioni ai prossimi Europei, il che vorrebbe dire un'estate senza riposo per Belinelli, che però alla maglia azzurra è legato (fu ai Mondiali 2006 che giocò bene contro gli Usa mettendosi in mostra agli osservatori Nba) e non vuole creare problemi. Neanche a se stesso, però, e non gli si può dare torto: «Devo ancora decidere quel che farò, ho parlato con il ct Recalcati che mi ha capito, non me la sono sentita di dirgli né sì né no, devo parlarne anche con i Warriors».

Perché rispunta l'ossessione buona, l'albero da piantare e far crescere una volta per tutte, la Nba, tanto sognata - certo più di Andrea Bargnani, che ci si è trovato quasi per caso, anche se con merito: «Anche Recalcati lo sa, il mio primo obiettivo è affermarmi qui e dimostrare a tutti quel che si sono persi fino ad ora, il mio mondo ora è questo».