«Marco è condizionato dai nostalgici della Dc»

Adalberto Signore

da Roma

Senatore Francesco D’Onofrio, lei che è presidente del gruppo Udc a Palazzo Madama, cosa ne pensa delle incomprensioni degli ultimi giorni tra Pier Ferdinando Casini e Marco Follini? C’è chi sostiene che la rottura tra leader del partito e segretario sia ormai insanabile.
«Guardi, mai come in questi giorni sarebbe un errore scommettere su una divisione interna dell’Udc che non credo ci sarà».
Però c’è chi ipotizza che Follini possa farsi da parte e lasciare la carica di segretario.
«Casini e Follini hanno storie personali diverse. Il primo nasce nel ’93 con il Ccd che aveva già fatto la scelta del Polo, il secondo è segretario dell’Udc dal 2002, quando Casini era già presidente della Camera. Forse è questo che non si è capito fino in fondo. Che Marco non ha mai messo in discussione la collocazione politica nella Casa delle libertà, ma che più semplicemente deve dare conto degli umori di tutto il partito».
E nell’Udc c’è anche chi non gradisce l’attuale collocazione?
«Ci sono segmenti molto nostalgici della Dc oltre a una componente notevole del partito che non è nata nella Casa delle libertà. L’errore che si fa spesso è quello di considerare l’Udc un Ccd in grande. Ma questo non è vero, perché c’è anche la componente del Cdu di Rocco Buttiglione che nel ’96 stava dall’altra parte e di Democrazia europea che ancora nel 2001 correva con l’Ulivo. Insomma, quelli che nell’Udc mettono in discussione la collocazione nel centrodestra sono più di quanti si pensa. Non è un caso che nel congresso di luglio i delegati si siano spellati le mani per applaudire l’intervento più duro, quello di Bruno Tabacci. Ecco, Follini ha il compito faticoso di rappresentare anche loro ma senza strappare. Inviterei tutti a cercare di capirlo».
Ed è a causa dei «nostalgici» che dall’Unione è arrivata più di un’offerta?
«Chiti e Castagnetti ci hanno proposto desistenze vergognose, hanno pensato fossimo in vendita. Noi non siamo nati per desistere ma per esistere».
Insomma, tra Casini e Follini nessuna rottura?
«Ci sono delle sfumature, ma non strategie differenti. L’ho già detto, il primo nasce nel ’93, il secondo nel 2002».
La riforma della legge elettorale si farà davvero?
«Ormai non è più solo una nostra bandiera ma di tutta la Casa delle libertà. Superato lo scoglio della Camera, non credo ci saranno problemi».
Insomma, dice che tra maggioranza e opposizione non ci saranno abbastanza franchi tiratori con il voto segreto?
«Credo di no. E comunque, sfido la sinistra a metterci alla prova. Non partecipino al voto così vediamo davvero come si comporta la Casa delle libertà. La verità è che nell’Unione questa riforma fa paura solo a Romano Prodi. Tutti i partiti del centrosinistra hanno comunque delle buone carte da giocare con il proporzionale, il problema è che mette a nudo la foglia di fico di Prodi, un candidato premier senza partito».
E fatta la riforma elettorale ci sarà ancora bisogno delle primarie?
«La legge elettorale proporzionale è, nei fatti, una grande primaria. A quel punto, quindi, potrebbero diventare meno decisive».