Marco Di Porto santifica la letteratura immobile

Alessandro Piperno, sulla copertina di Kaddish ’95 e altre storie (peQuod, pagg. 110, euro 12), ci assicura che l’esordio di Marco Di Porto sia «ottimo», ma bisogna dire che si tratta di una copertina eloquente per più di un riguardo. A partire dal colore, un senape che si adatta bene a fare da sfondo agli amarognoli struggimenti del minimalismo, di cui questi racconti sono largamente tributari. È tuttavia la mostruosa figura umana che compare sotto il titolo, rivolta - è il colmo della regressione - verso il luogo dal quale la scrittura dovrebbe fuoriuscire, cioè a sinistra dell’immagine, a parlare più chiaramente. Ritrae un uomo inginocchiato, senza piedi. Mutilazione allusiva, azzarderebbe la psicoanalisi, della latitanza di una sessualità comme il faut, ma che segnala altresì l’oggettiva difficoltà di procedere, spostarsi, deambulare. In altre parole lo stallo.
Indubbiamente, nei racconti di Kaddish ’95 il sesso buono non c’è, e se c’è non fa testo, mentre quello morboso o protervo si rimuove. Scorriamo la pagina in cui un bambino è avvicinato da un pedofilo; ebbene, quando la madre viene a sapere dell’insidia, e vieta immediatamente al figlio, in futuro, di scendere in cortile, il piccolo si preoccupa solo del depauperamento subìto dalla propria libertà, mentre il trauma viene ereditato da un altro regime, nel quale inizia a suppurare ciò che forse diventerà il materiale per altre storie. Manca l’eros anche in Sorrideva, monologo di una mente femminile disarmata, fagocitata dalla società dello spettacolo. La protagonista vive solo per guadagnare l’approvazione del fidanzato, un violento che ne desidera il successo non perché le voglia bene, ma «per estensione del proprio egoismo», osserverebbe Flaubert; cioè perché vuol fare, lui, bella figura. Una sera, sedotta e quasi trascinata da un tipo conosciuto in palestra, il quale ha intuito quanto sia imbelle, verrà violentata nell’angolo buio di un privé. Sverrà una scena dopo, certo: ma in seguito all’ennesima minaccia del fidanzato, non per lo stupro.
Lo stallo, si diceva: che paralizza la gran parte dei personaggi di Kaddish ’95. E allora, ammesso che le seduzioni del minimalismo tendano ad essere oppiacee, sleali (danno infatti subito delle soddisfazioni a chi cede, ma poi liberarsene è difficile: quanti sono gli scrittori minimalisti che hanno prodotto romanzi di successo?) ci è parso che in prospettiva i racconti più riusciti siano quelli dove compare una sfida, uno spostamento sul piano prettamente drammatico. Per esempio L’effetto che fa: storia di una sopravvissuta ad un disastro stradale che si fa coraggio, esce di casa e va ad una festa, anche se i segni dell’incidente non sono occultabili.
Intendiamoci, Di Marco è bravo e questi racconti rivelano, persino con sfrontatezza, la padronanza delle essenziali tecniche narrative. Ma se è vero, come l’autore dichiara candidamente sul dorso del volume, che vorrebbe «campare di scrittura, di giornalismo», il miglior viatico che gli si possa offrire è suggerirgli di partire da lì, da quei germi di romanzo, e vedere come va a finire.