Marcorè e Gallione, due «pazzi» che fanno vivere l’anima di Gaber

Commovente omaggio con «Un certo signor G»

La scommessa era improba. Portare a teatro Giorgio Gaber - per di più tutto Gaber, non un singolo spettacolo - senza essere Giorgio Gaber. Peggio, senza nemmeno aver mai fatto prima teatro canzone. E senza nemmeno aver mai cantato. Roba da aspettarsi gli infermieri con la camicia di forza alla fine dello spettacolo fuori dal camerino.
Ecco, così, tecnicamente, Neri Marcorè e il regista Giorgio Gallione - che hanno messo in scena Un certo signor G per il teatro dell’Archivolto di Genova - sono pazzi. Pazzi veri. E forse questa loro follia, la sfida impossibile ai testi di Gaber e Sandro Luporini, è il segreto della vittoria della loro scommessa. Perché lo spettacolo in tournée ancora fino a fine febbraio funziona. E funziona dal punto di vista dell’interpretazione, con un Marcorè di una bravura straordinaria, a tratti più gaberiano di Gaber, perfetto anche vocalmente; sia dal punto di vista registico, con Gallione e i suoi collaboratori (azzeccate le scene di Guido Fiorato), bravissimi a far trasparire sul palco la rabbia, l’ironia, i dubbi e l’umanesimo integrale di Giorgio Gaber. Eppure, sono gli stessi Marcorè e Gallione che - nonostante la bravura - non avevano convinto in pieno nella loro collaborazione precedente: La folle notte del dottor Galvan di Daniel Pennac.
Insomma, la differenza la fanno Gaber e Luporini, capaci di tirar fuori il meglio da attori, registi e anche dagli spettatori, che tornano a casa con quella carica di inquietudine vitale che era il segno distintivo delle serate in teatro con Giorgio. Splendide e riuscite, in particolare, Il dilemma, Io non mi sento italiano e C’è un’aria. Da lacrime. Contemporaneamente, però, Gaber e Luporini sono anche l’unico punto debole dello spettacolo. Perché, inevitabilmente, Gallione e Marcorè sono stati costretti a scegliere una ventina di brani della sterminata produzione di Giorgio e Sandro. E, di fronte ad artisti di quella statura, ogni assenza fa male. Ma la grandezza e il rimpianto di Giorgio non sono colpa di nessuno.