A Marghera tira aria di svolta «Tesserati Cgil votano destra»

nostro inviato a Venezia

Si trova sul ponte che mena dalla terraferma al Tronchetto, la chiave per cogliere in un colpo d’occhio ciò che fa di Venezia il laboratorio politico che da anni è diventata. Perché, se di fronte a chi arriva resiste il miraggio merlettato della Serenissima, se alle sue spalle si stende l’ormai terziarizzato dormitorio di Mestre e se a sinistra si stende la confortante immutabilità della laguna, è sulla destra che si nota come da queste parti qualcosa sta cambiando.
Nulla di inedito. Già se n’è scritto, ancor più se n’è parlato. Restano però un fenomeno e il suo nome: deindustrializzazione. Perché a Marghera, là dove un tempo c’era solo il lavoro pesante e malsano di migliaia di operai - 300 erano le fabbriche e 1.497 le ciminiere - ora si vedono alberi, un abbozzo sempre più esteso di città e palazzi in vetro dedicati al lavoro pulito, ai servizi. «Al punto che oggi Marghera - commenta Giuseppe Bortolussi, anima dell’Associazione artigiani di Mestre, nonché assessore alle Attività produttive della giunta Cacciari - non è nemmeno più quel luogo simbolo dell’operaismo che fu».
Ma dato che i simboli sopravvivono a se stessi, non è un caso se oggi gli occhi degli osservatori siano puntati proprio qui, su questo piccolo «municipio» storicamente rosso, che assieme a Mestre finisce sotto l’amministrazione veneziana di Ca’ Farsetti. Oltre alle europee, infatti, il prossimo turno elettorale vedrà il rinnovo del Consiglio provinciale, con il presidente uscente Davide Zoggia (Pd) sfidato dalla biondissima Francesca Zaccariotto, sindaco leghista di San Donà di Piave e portabandiera del centrodestra.
Si guarda alla Lega perché, al di là di quel simbolo operaio, in questa che resiste comunque come roccaforte della sinistra, il movimento di Bossi è passato dal 4 per cento del 2006 al 14 delle ultime politiche. Uno poi ci mette un po’ di vento del Nord, ci aggiunge l’effetto dei «respingimenti» maroniani, e magari nell’urna si ricorda anche della nuova porta blindata in luogo di quella che un tempo era abituato a lasciare aperta...
«A Marghera, mentre nelle strade ritorna l’eroina, si respira la distanza da chi non ha compreso i mutamenti che hanno portato il terziario a superare l’industria - dice la candidata leghista -. E ancora più cocente è la sensazione di essere ormai un peso, il parente scomodo per una sinistra che preferisce i salotti radical chic ai lavoratori. La breccia aperta dalla Lega nella Stalingrado lagunare è figlia dell’orgoglio di questa città che ha compreso come la sola bandiera a sostenere le istanze popolari sia ormai quella del Carroccio».
«Piaccia o non piaccia, la Lega vince perché è diventata il sindacato del territorio, attenta appunto alle piccole grandi cose della gente, dal lampione guasto alla presenza di facce poco raccomandabili», conferma Bortolussi che, a testimonianza di come il Carroccio abbia ormai sparigliato le carte, cita l’intervento fatto la sera prima a un dibattito tv da un sindacalista dei pensionati Cgil. «Lo ha ammesso lui stesso: il 46 per cento dei suoi tesserati, e ripeto tesserati Cgil, vota centrodestra».
Sdrammatizza ovviamente il quadro il presidente uscente Zoggia (Pd), sostenendo che «il ruolo elettorale di Marghera e l’assioma tra città operaia e voto a sinistra vadano smitizzati. Predomina semmai - dice - la preoccupazione per la sorte di 5mila lavoratori, soprattutto nell’area del cloro». Che a pesare sul voto, qui come in tutta la provincia, sarà in parte la crisi economica, lo ribadisce il sociologo Daniele Marini. «Non ho sondaggi in mano e non mi sbilancio in previsioni, ma penso che uno scostamento rispetto al voto tradizionale ci sarà. Del resto non è da oggi che negli operai c’è meno affezione verso il voto a sinistra. Un fenomeno iniziato con il suo «svuotamento» in un’area di insofferenza per la politica. Staremo a vedere se e quanto la Lega sarà in grado di intercettare questo umore diffuso», dice il direttore della Fondazione Nord Est.
A dirsi invece certo, da sinistra, che il risultato leghista si consoliderà, è Gianfranco Bettin, consigliere regionale dei Verdi e già prosindaco di Venezia. «Lo dico sia perché alle provinciali la Lega ha il candidato presidente, sia perché porta un elemento di originalità nel centrodestra, dettando lei l’agenda politica. Ma soprattutto perché ha saputo fare il salto di qualità da partito di protesta in partito di governo, trasformando un mandato emotivo in una piena politica amministrativa».