Margherita e Ds all’attacco: «Sbagliato fare dietrofront»

da Roma

Alla fine è proprio il papà della riforma pensionistica «buona», quella evocata da Romano Prodi come bussola, che perde la pazienza con il premier e sbotta: «Se il governo intende limitarsi a incentivi per coloro che rimangono al lavoro dopo i 57 anni significa che ha rinunciato a fare la riforma delle pensioni».
Lamberto Dini, oggi esponente di rilievo della Margherita, è durissimo con la linea super-soft imboccata da Prodi per evitare lo scontro nella maggioranza e coi sindacati. E dice esattamente quel che in molti pensano, dentro l’ala «riformista» dell’Unione: è lui stesso a sottolinearlo, con una punta di perfidia, quando ricorda che «se gli incentivi oltre i 57 anni dovessero essere tutto ciò che il governo proporrà si tratta di una rinuncia, perché non avremmo l'aumento dell'età pensionabile. Cosa che lo stesso segretario Ds Piero Fassino ha dichiarato essere indispensabile».
Già, Fassino: il segretario della Quercia, che del rilancio delle riforme (a cominciare proprio da quella «inevitabile» delle pensioni) è da mesi il più attivo alfiere dentro il centrosinistra, da due giorni non apre bocca sull’argomento. È stato l’unico leader della coalizione a non commentare in alcun modo la conferenza stampa di fine anno di Prodi. «È in vacanza», spiegano al Botteghino, ma si sa che una dichiarazione può essere anche dettata al telefonino, tant’è che mentre Prodi parlava allo Stenditoio, Fassino mandava via agenzie gli auguri a Fausto Bertinotti operato. Dunque il no comment è stata una scelta, come confermano dai piani alti della Quercia: dal principale partito della coalizione si son sentiti solo i due commenti istituzionali e di rito di Anna Finocchiaro e Marina Sereni, timoniere diessine dei gruppi dell’Ulivo, e stop. «Certo, se avesse annunciato una vera fase di riforme Rifondazione gli sarebbe saltata al collo e si può capire che abbia tenuto i toni così bassi», si dice da quelle parti, «ma Prodi sa che noi ora lo aspettiamo al varco sui fatti».
Dall’entourage del premier confidano che la retromarcia sulla riforma delle pensioni è stata innestata con l’avallo di Rutelli e di D’Alema, per disinnescare una polemica che già prima di Natale minacciava di diventare pericolosa per la tenuta del governo. «Più una mossa psicologica che una linea politica», si augura il dl Tiziano Treu. E però la conferenza stampa di fine anno del premier ha lasciato uno strascico di malumori nell’ala riformista della coalizione: troppe concessioni ai massimalisti, con quel vago elenco di «grandi riforme» per il 2007 che si apriva con le case a risparmio energetico e continuava con l’accordo Wi-Max per l’accesso wireless alla banda larga. E alla riforma previdenziale nemmeno un accenno. Anzi, niet ai disincentivi per chi vuol continuare ad andare in pensione a 57 anni, quando in Germania, ricorda Dini, l’età è stata alzata a 67: «Come possiamo permettercelo, visto che in Germania l’economia tira più che da noi?».
Il ds Nicola Rossi accusa: «Così si tradisce la riforma Dini». Il rutelliano Renzo Lusetti avverte: «La riforma delle pensioni va fatta, sennò rimane quello che c'è adesso, lo scalone di Maroni». E il ds Enrico Morando, presidente della Commissione bilancio del Senato è sulla stessa linea: «Lo scalone è brutale, ma garantisce la sostenibilità del sistema. E quelli che dicono che non bisogna toccare nulla, allora dovranno tenerselo». «Senza riforme, ci attende un amaro risveglio», prevede Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel Pugno.