La Margherita incastrata nell’Unione di fatto

E anche D’Alema rassicura i vescovi: non ci saranno lesioni al sacramento

da Roma

A cena un accordino sulle liste imposto da Prodi, in mattinata l’atteso nulla di fatto sulla politica economica. La due giorni dell’Unione nel ritiro di San Martino in Campo (Perugia) si chiude con i leader che brindano al bicchiere mezzo pieno delle intese su Irak, unioni civili, testamento biologico, scuola, politica internazionale, Ctp e immigrazione. Tutti i punti di disaccordo sono però rinviati a gennaio. Così anche le modalità tecniche per presentare al Senato una lista che raggruppi i partiti minori, tipo: «Unione per Prodi». Sull’uso del simbolo unionista è prevedibile una levata di scudi delle altre tre o quattro liste: Ds e Dl, Ulivo (laddove si presenterà), Prc e Rosa nel pugno. L’idea piace a Di Pietro, Verdi, repubblicani della Sbarbati. Qualche perplessità nutre Diliberto, molto scettico Mastella. Mentre Boselli fa sapere che «la Rosa nel pugno non si sente affatto un piccolo partito».
«Un ottimo lavoro», taglia corto il leader ds Fassino. Più misurato Prodi: «Non tutto è risolto, la parola “tutto” non bisogna mai dirla. Ma abbiamo fatto tantissimi passi in avanti...». Il nodo vero, lasciato al lavoro degli esperti, è quello sull’economia. «Occorre approfondire cifre e priorità, però è emersa una strategia comune», si è accontentato Prodi.
Più chiaro il leader rifondatore Bertinotti: «Ci sono stati contrasti sull’impianto - ha spiegato -. Sull’economia reale e il risanamento della finanza c’è un approccio diverso: noi temiamo che vengano introdotti solo dei correttivi alle politiche economiche correnti, mentre serve cambiare progressivamente il paradigma. Non ci può essere risanamento senza redistribuzione del reddito. La reale via di soluzione possibile sarebbe tornare allo spirito del documento su cui si sono fatte le primarie, un testo che metteva in connessione economia reale e risanamento con l’ambiente e lo sviluppo del Mezzogiorno». Anche sulle pensioni Bertinotti è stato costruttivo ma fermo nel no, visto che nei documenti è rimasta «un’estensione del metodo contributivo che non convince».
Qualche distanza rimane nelle politiche sul lavoro, in particolare sulla «legge Biagi». Fassino insiste sull’idea di «non cancellare la flessibilità», bensì intervenire «con ammortizzatori sociali per combattere la precarietà». Bertinotti ha accettato l’accantonamento di un’abrogazione integrale della Biagi, in cambio della riaffermazione «di un primato assoluto del contratto a tempo indeterminato». La precarietà per i giovani «va però cancellata costruendo un’altra legge».
Inequivocabile, nel campo dell’immigrazione, il «no» alla legge Bossi-Fini: il documento dice che «i Cpt sono diventati elementi di reclusione e quindi vanno eliminati». Infine, sulla legge elettorale, il leader rifondatore ha contestato il proposito di tornare al maggioritario («Io resto per il proporzionale alla tedesca»). Qualche mugugno ha espresso il comunista Diliberto, che avrebbe preferito una formulazione del ritiro dall’Irak che prescindesse dal governo iracheno. «Testo ineccepibile - ha invece detto Bertinotti -. Se si ritirano le truppe, bisognerà pure comunicarglielo...».