Da Margherita a Notre Dame Bello con l’anima il suo ritorno live

Oltre ai classici interpreta a sorpresa i brani del musical

Paolo Giordano

da Milano

Insomma il palco è sterminato e lui ci sale quasi d’improvviso, vestito di nero come ci si aspetta ed emozionato come si conviene perché, signore e signori, Riccardo Cocciante non appare dal vivo da otto anni e di fronte qui si trova un Forum più emozionato ancora (e tutto esaurito, sono in ottomila). Buonasera, rieccomi. Quando inizia a cantare, mentre sul telo enorme che abbraccia la scena scorrono le parole di Songs, Riccardo con l’accento sulla o inizia a camminare indietro nella sua storia, prendendo per mano il pubblico che ancora non ci crede e stenta ad esplodere di gioia. C’è rock sul palco, e chi se lo aspettava così tosto. I sei musicisti irlandesi più Alberto Visentin alle tastiere hanno la fregola dell’esordio e arricciano le chitarre, c’è l’ansimare del mixaggio che impasta i suoni e lui, la voce dell’amore, canta addirittura in inglese, (che effetto sentirlo dire «Songs of love and songs of loss»), mentre piccolino va da una parte all’altra e lascia alla mimica il compito di ricambiare gli applausi.
È come se - amanti da tanti anni - Cocciante e la gente in platea dovessero annusarsi un’altra volta, ritrovarsi nei nuovi gesti e ricordare quelli vecchi, riprendere lo slancio per riabbracciarsi alla fine. «Sono ormai otto anni che non canto più» spiega lui, però per la gente non è vero perché da decenni te lo riascolti tutti i giorni in radio con quello che per tutti è il grido della passione, ardita fuggente delusa, trasformato in musica come nessuno ha mai fatto qui da noi (e se ascoltate il nuovo cofanetto Tutti i miei sogni c’è la prova provata). Riccardo Cocciante e la sua voce sono un ossimoro, lui così minuto e nascosto dietro il nero degli abiti, lei così imponente e teatrale, ruggisce s’addolora e raschia in fondo all’anima quando annuncia Ora io che sono luce o si racconta da «Uomo pieno di stupore, combattendo tra fede e amore», e finalmente diventa «souffrance de vivre», cantastorie dell’unica storia che divide la vita piena da quella dimenticabile: l’amore. Le chitarre smettono di galoppare, gli arrangiamenti perdono i toni muscolosi e refrattari e i due amanti iniziano ad avvicinarsi, piano piano. La voce, caldissima e dottorale, ha perso le piume della gioventù ma ora ha le ali dell’esperienza «senza paura di cadere, intento solo a volteggiare come un eterno migratore». D’accordo, Cervo a primavera è davvero il bentornato, ora sì che volano via gli otto anni di lontananza, e poi c’è Celeste nostalgia, e ancora Un nuovo amico, Vivi la tua vita (dedicata al figlio David in platea), Libertad, quien eres tu e Indocina che parla della sua infanzia «e quando ritorno in quei luoghi è come se fosse ieri». E così, lasciando per strada il compiaciuto e sterile omaggio a Hendrix in Jimi suona, arriva il medley di Notre Dame de Paris (con accenni a Il tempo delle cattedrali, Bella, Parlami di Firenze, Vivere per amare, Luna, Balla mia Esmeralda) che è una novità perché «non l’ho mai fatto prima per rispetto del cast». L’abbraccio è ormai strettissimo, e ve lo immaginate. Allora, dopo aver portato sotto i riflettori la sua laurea da comedienne, Cocciante ha aperto la porta di casa: Se stiamo insieme, Bella senz’anima, Tu sei il mio amico carissimo. Poi Margherita e non basta una sola standing ovation. Il pubblico prende a cantarla da solo, come fa da quasi trent’anni, la colora e se la porta via mentre sul palco nessuno si muove, nessuno suona e tutt’al più sorride. Altra standing ovation. Nei camerini, prima di salire d’improvviso sul palco, lui aveva detto «È vero che la gente mi conosce, ma non mi conosce adesso», però poi in scena ha impiegato poco a presentarsi ed è troppo facile dire che è stata una Questione di feeling. Impaurito dalla gabbia della routine, capace di traghettarsi dalla canzone d’autore al musical alla letteratura, quand’era ragazzo Cocciante si licenziò piuttosto di tagliarsi la zazzera. Da allora è in fuga dai cliché ed è perciò diventato lui stesso un cliché, un modo di dire, il riassunto felice e poetico di un tempo che poi basta un titolo, un verso o una melodia a far tornare d’improvviso sul palco come se fosse oggi.