La Margherita perde pezzi ma il collante è la paura

Ormai tutti «sfogliano» la Margherita nel tentativo di annunciare per tempo l’arrivo del voto a primavera. Dopo le scissioni nel partito di Fassino (Mussi, Salvi, Angius) è infatti il partito di Rutelli che sta perdendo petali l’uno dietro l’altro, da Lamberto Dini a Domenico Fisichella, da Gerardo Bianco al duo Manzione- Bordon. In un Senato in cui la maggioranza si regge con lo sputo questa fibrillazione è mortale. Di qui l’intreccio inestricabile della crisi di governo, crisi della maggioranza e crisi del neonato Pd.

Ognuno, in verità, ci ha messo del suo. Fassino e Rutelli hanno accelerato una prematura fusione dei Ds e della Margherita nel partito di Veltroni che si chiama democratico ma si legge peronista dal momento che il sindaco buono di Roma spunta da un rapporto diretto tra se stesso e il suo «popolo». All’interno l’eliminazione di ogni organismo collegiale e addirittura degli iscritti e nelle istituzioni la riduzione del Parlamento a un ubbidiente «votificio». L’abitudine poi della sinistra radicale a sfilate nelle strade contro il proprio governo si inscrive in una sua vecchia tradizione che tutto distrugge e niente costruisce. Romano Prodi, inoltre, in 12 mesi si è consumato in una permanente mediazione con alcuni pigmei della politica presenti nel governo, piuttosto che sfidarli ad aprire la crisi quando non condividevano le scelte del presidente del Consiglio.

In questo scenario c’è poi la convergenza degli opposti. Berlusconi ha capito da tempo che il suo migliore alleato erano questo governo e questa maggioranza e molto spesso è rimasto in silenzio. E oggi, giustamente, vuole raccogliere i frutti andando alle elezioni anticipate. Dall’altro lato è Veltroni ad avere paradossalmente lo stesso interesse. Con le elezioni anticipate, infatti, Veltroni si libererebbe di Prodi, farebbe una pulizia etnica della vecchia nomenklatura post comunista notabilizzando alcuni (D’Alema, Bersani, Fassino) e riempiendo le liste elettorali con uomini e donne a propria immagine e somiglianza come si conviene a un «divino romano». La conclusione è quella naturale, cioè il voto anticipato a primavera con questa legge elettorale.

Il sistema però è talmente impazzito che può avvenire il contrario e cioè un rimpasto forte del governo e un ricompattamento di una maggioranza impaurita dal rischio di andare per almeno dieci anni all’opposizione. Ma la paura, come si sa, non ha mai prodotto una buona politica e men che meno ha mai salvato il Paese.