Margherita, la scissione è solo congelata

Gli ultrà dell’Ulivo duri col Professore: avevamo preparato già gli scatoloni...

Laura Cesaretti

da Roma

La scissione della Margherita è solo «congelata», ci sono quindici giorni di tempo per trattare con la maggioranza di Francesco Rutelli e Franco Marini il «rientro» in casa della minoranza ormai ex prodiana ma ancora orgogliosamente «ulivista».
Ad annunciarlo, dopo un incontro con il presidente dei Dl, è stato Arturo Parisi: «A Rutelli - spiega - abbiamo detto che siamo determinati ad aprire un confronto per verificare se è possibile elaborare il nostro disagio e riorientarlo verso un futuro che mantenga aperti la prospettiva e il progetto dell'Ulivo. Immaginiamo un confronto il più breve possibile e alla fine ci interrogheremo sul fatto se esistono le condizioni per svolgere questo cammino dentro la Margherita».
A quanto raccontano dalle parti rutellian-mariniane, i concetti esposti nel vertice di ieri sono stati meno accidentati ed ellittici. Parisi, e insieme a lui Franco Monaco, Natale D'Amico e Antonio La Forgia, hanno messo sul tavolo richieste ben precise: rinvio della chiusura del tesseramento (è fissata per il 30 giugno, e i prodiani in vista della secessione non si sono iscritti né hanno raccolto tessere), assegnazione di una quota parte del finanziamento pubblico in base alla percentuale attuale della componente (quindi il 20% di 33 miliardi di vecchie lire), e garanzie sul futuro elettorale dei prodiani. Ossia, si spiega, «un loro uomo al tavolo dei collegi, perché non si sentono rappresentati dalla Margherita». La risposta di Rutelli pare non sia stata positiva: certo il tesseramento si può anche far slittare, magari a settembre-ottobre. Ma del resto non se ne parla. E lo fa capire anche Franco Marini: «Io sono per trattare su tutto. Ma se ci chiedono la luna, questa non gliela possiamo dare...». Ed è facile immaginare che soldi e collegi, per il potente segretario organizzativo dei Dl, corrispondano esattamente alla luna.
Parisi ha parlato comunque di «incontro positivo», e della scomparsa dell’Ulivo non ha buttato l’intera colpa addosso a Rutelli: ce n’è anche per i Ds: «Li abbiamo visti disvelare le loro preoccupazioni partitiche, cosa che non ci sorprende. Tutti i partiti sono partiti, e certamente i Ds sono un partito più partito degli altri», un po’ come i maiali di Orwell. Quanto al Professore, «ho rispetto per la scelta di Prodi, sono sicuro che avrà valutato tutti gli elementi», concede freddo Parisi. E fa una certa impressione detto da lui, che del Professore negli ultimi anni è stato il Padre Giuseppe, l’instancabile eminenza grigia che sfornava piani, schemi e progetti di distruzione e ricostruzione dei partiti del centrosinistra (sua la ciambella, venuta quella volta col buco, della Lista unitaria alle Europee), il luogotenente in Italia mentre quello era a Bruxelles, il temuto «Alì il Chimico», secondo il perfido soprannome coniato da Sergio Mattarella, osservato con sospetto dagli stati maggiori di Ds e Margherita.
Stavolta, invece, tra Prodi e i prodiani è sceso il gelo. «Eravamo già con le valigie in mano, la scissione era cosa già fatta, Parisi aveva già cominciato a riempire gli scatoloni», sospira nostalgico uno di loro. Ma sul fermento pre-scissione si è abbattuta come un fulmine la decisione del Professore, che ha preferito restare il candidato premier dell’Unione all’avventura di farsi un partito in proprio. Questa volta più che Parisi ha contato Ricky Levi, il portavoce-consigliere che già pregusta Palazzo Chigi e sogna di diventare «il Letta di Prodi», nel senso di Gianni. Ora gli ulivisti mantengono la minaccia di andarsene, ma la freccia è spuntata. «Scissione congelata? Non ci credo perché oggi ho stretto la mano a Papini e non era affatto congelata, era calda», se la ride Marini.