Maria Antonietta Ritratto inedito di regina infelice

Confesso onestamente di aver sempre diffidato dei carteggi dei protagonisti della storia, soprattutto quando la loro fitta corrispondenza mette in luce, oltre a deplorevoli debolezze, certi pietosi inganni propiziatori che gettano una luce ambigua, per non dire nefasta, sulle belle qualità e l’appassionata natura di personaggi noti per l’incrollabile fiducia negli ideali che ne hanno informato l’avventura umana. Ma di fronte al voluminoso brogliaccio ammirevolmente curato da Evelyne Lever, Correspondance de Marie Antoinette, 1770-1793 (Tallandier editore, pagg. 912, euro 35) che discrimina l’intera parabola della figlia di Maria Teresa, non mi resta che ricredermi. Dato che da queste pagine emerge un ritratto di donna talmente eccentrico rispetto ai dati della storiografia da autorizzare il sospetto che non sia stata ancora detta l’ultima parola sull’infelice sovrana, da sempre accusata d’irriducibile puerilità se non di frivolo opportunismo. Prendiamo, ad esempio, la lettera che l’impetuosa quattordicenne, in viaggio da Vienna a Parigi per incontrare il futuro consorte, scrive alla madre con la sua grande calligrafia inclinata dopo aver assistito nella cattedrale di Strasburgo alla messa officiata da colui che, tanti anni dopo, diverrà il suo più acerrimo nemico ossia il cardinale di Rohan. Dopo essersi soffermata con languore sul paesaggio in accenti che i biografi scambieranno per sinistre premonizioni («il bel sole di Francia è tanto vermiglio da sembrare una palla di fuoco che sanguina sui campi di grano»), la ragazzina sventata che mordeva il freno quando Christoph Willibald Gluck la faceva sudare sui tasti, prorompe nel suo primo assolo da donna di potere. «Quando, l’indomani del mio arrivo, mi recai ad assistere al Santo Sacrificio, constatai con rammarico un’indebita infrazione al mio rango. Infatti al posto del vescovo, incaricato di rivolgere dall’altare il benvenuto alla Delfina di Francia, si è presentato suo nipote. Un individuo lungo e ossuto che, sotto il gran manto violaceo, sollevò la mano carica di anelli nel più volgare degli apprezzamenti cortigiani... un cenno frettoloso e scurrile che a Vienna praticano abitualmente solo le signore di piccola virtù». Ma ancor più grave è la sua delusione quando, celebrate le nozze con quel Luigi che subito, ridendo, lei ribattezza «le pauvre homme», la futura regina debitamente istruita da una madre progressista come l’imperatrice d’Austria sui doveri coniugali si rende conto con raccapriccio che il regale consorte è inibito a fornirle la necessaria prova d’amore per via di un imbarazzante difetto. Che sarà eliminato solo dopo sette anni di un desolante matrimonio in bianco di cui ride tutta la corte e che invano, dalla Felix Austria, Maria Teresa tenta di arginare con lettere dove la rabbia si alterna alla compassione per quella povera bambina sacrificata a «un gallo senza coda». In quel lungo periodo dove, a suffragare l’onore del Delfino, vengono persino messe in dubbio le attrattive della giovane sposa, Maria Antonietta scherza con ammirevole sangue freddo sulla propria verginità coatta, respinge con prudenza le galanti avance del cognato, il libertino Conte d'Artois, e quando finalmente resta incinta scrive al fratello Giuseppe futuro imperatore «Il canto del gallo che apporta tanta gioia ad ogni donna mi è parso più stridulo e stonato del verso della cornacchia». Ben presto comunque Sua Altezza morde il freno e, contravvenendo ai fedeli apostoli inviati da Maria Teresa a vegliare sul suo futuro apprentissage di sovrana, si reca travestita ai «bal musette» che imperversano nei quartieri popolari riservando tutta la sua sdegnosa freddezza quando, per espresso volere del suocero, è costretta a rivolgersi a Madame Du Barry, la potente favorita del monarca. Vendicandosi col più elusivo e raffinato degli insulti in una frase passata alla storia («C’è molta gente stasera a Versailles») puntigliosamente registrata in un messaggio a quella madre che, impotente, veglia su di lei dalla patria del Rococò. Capricci che, sul momento, le procurano un’inattesa popolarità in spregio alle amanti di Luigi XV odiate dalla populace che ora l’applaude quando si reca a teatro in berlina di gala o ride gioiosa, nelle boites, di fronte alle esortazioni scurrili delle sciantose («le sole donne che rappresentano la vera Francia», secondo lei). Apprezzamenti che si appannano di colpo quando, salita al trono, si dimentica del popolo dichiarando dal Trianon bianco e oro fatto costruire per lei «di essere tornata al regno dell’infanzia sfornando formaggi vestita da pastorella». Un gioco, scrive alla principessa di Lamballe, «che sarebbe piaciuto tanto al signor Mozart. L’uomo che, a dieci anni, sognavo di sposare». Un chiodo fisso che la tormenta persino alla vigilia della fine quando, nel suo memoriale, stila in due parole amare il suo testamento: «Cado calpestata da chi s’illude di elevare il delitto a diritto dell’uomo libero».