Maria e i disabili «vecchi» per forza Chiusi a 65 anni in casa di riposo

Maria è nata spastica. Ma a parte quelle gambe immobili ha vissuto una vita «normale». Ha potuto studiare e avere una vita sociale attiva. Fino a quando ha raggiunto i 65 anni. Da quel punto in poi il centro dove passava i pomeriggi non l’ha più potuta accogliere ed è stata spostata in una casa di riposo. È così che Maria, pur avendo una mente sveglia, è finita in un letto accanto ai malati di Alzheimer e agli anziani non autosufficienti. È così che i giorni di Maria si sono progressivamente svuotati. Quello capitato a lei succede a migliaia di portatori di handicap. Per effetto dell’allungamento della vita, negli ultimi anni è aumentato il numero di disabili anziani, ma di loro ci si occupa poco. Oltrepassata la soglia dei 65 anni vengono automaticamente trasferiti in una residenza sanitaria assistenziale, obbligati a rinunciare alla propria quotidianità, le abitudini, i rapporti sociali. «È venuto il momento di riconoscere anche ai disabili il diritto a una vecchiaia di qualità e la possibilità di continuare a godere di quei servizi di cui hanno sempre disposto». Così Silvia Borghi di Caritas Ambrosiana. Per questo motivo l’ente ecclesiale e Ledha (Lega per i diritti dei disabili) hanno presentato alle istituzioni un documento. «È fondamentale - ha detto Giovanni Merlo di Ledha - far decadere l’automatismo per cui il disabile a 65 anni diventa anziano e non è più ritenuto degno di vivere una vita serena mantenendo le proprie abitudini». Si propone ad esempio di creare degli spazi appositi all’interno delle Rsa con operatori specializzati che seguano al meglio i portatori di handicap.