Maria Galante seduce e commuove

Dopo un’accoglienza trionfale negli anni Trenta, questo lavoro venne quasi dimenticato

C’è in lei qualcosa della Lulù interpretata dalla grande Louise Brooks e anche un po’ della Violetta di Verdi: è Marie Galante, l’eroina dell’opera omonima di Kurt Weill, fusione di canto, danza e prosa che debutta martedì in prima nazionale all’Opera, nell’adattamento e con la regia di Joseph Rochlitz. Sul podio salirà Vittorio Parisi, mentre nel ruolo della protagonista c’è Chiara Muti, nata con la musica («sono stata concepita nei giorni in cui mio padre dirigeva Guglielmo Tell», confida) e ormai «abbonata» alle interpretazioni impegnative - è stata Macbeth, Antigone e Pia de’ Tolomei per citarne solo alcune -, qui alle prese con una Marie dalla personalità diversa a seconda che canti (in francese) o reciti (si è preferito tradurre i testi in italiano per rendere l’opera più accessibile).
Tratta da un romanzo di Jacques Deval, Marie Galante è la storia di una prostituta dal cuore gentile, costretta a vendersi per poter tornare nella sua Francia dal Sudamerica, dove è stata portata contro la sua volontà. Nonostante gli ingredienti accattivanti, dopo la prima al Théâtre di Parigi, il 22 dicembre 1934, e poche altre repliche nella prima settimana del gennaio 1935, non fu più rappresentato. Eppure parliamo di uno tra i massimi autori di musical (il suo Lady in the dark ebbe 777 repliche consecutive a Broadway), celebre in tutto il mondo per opere come Mahagonny, frutto di un importante sodalizio con Brecht, senza contare L’opera da tre soldi e I sette peccati capitali. Eppure, ancora, alcune tra le canzoni di Marie Galante sono diventate famose grazie a interpreti quali Ute Lemper, Milva, Angelina Réaux.
«Dai manoscritti di Weill ho potuto constatare che l’originale adattamento era prolisso e appesantito da dieci scene - racconta Rochlitz -, ciò può spiegare la tiepida accoglienza da parte del pubblico di allora. Ho cercato di rendere il tutto più fluido e di equilibrare musica e racconto parlato». «Non conoscevo le canzoni di Weill - racconta Chiara Muti -, ognuna ha una tessitura particolare e grande forza emotiva. È come se Marie avesse una doppia personalità: quando parla è quasi una piuma che vola e si lascia trafiggere senza apparente sofferenza, quando canta mostra invece il suo carattere di donna ferita che, in fondo, rappresenta l’infelicità di tanti». Di «straordinaria raffinatezza armonica e attenzione al Paese di destinazione, la Francia», parla poi il direttore d’orchestra Parisi, mentre Nicola Sani, consigliere dell’Opera, sottolinea il periodo in cui la Marie fu composta: «Si situa in una Parigi che per Weill fu di passaggio, tra la Berlino di fine anni Venti e la fase americana dei musical».