Maria, la morale è femmina

Saggezza, ironia e modelli di vita nelle «Favole» di una dotta anglo-normanna del XII secolo

«Marie ai num, si sui de France»: Mi chiamo Maria e sono della Francia, scrive nell’Epilogo delle sue Favole (ora tradotte e presentate da Roberta Morosini, Carocci, pagg. 176, euro 15,60) questa misteriosa Maria, di cui poco sappiamo, se non che visse nel XII secolo, fu forse badessa del monastero di Shaftesbury o dell’abbazia di Reading, e che si inquadra nell’ambito della cultura anglo-normanna che, tra le tante cose, conobbe una gran fioritura di testi letterari, soprattutto agiografici, proprio ad opera delle colte e nobili recluse nei conventi.
A lei sono attribuiti anche altri scritti, i Lais e Il Purgatorio di San Patrizio: e in tutti si mostra poetessa conscia del proprio valore («Chi ha avuto in dono da Dio la sapienza e l’arte del parlare/ non deve tacere né nascondersi, ma volentieri rivelarsi» dice nei Lais; e alla fine delle Favole dichiara la sua preoccupazione di venir defraudata della paternità dell’opera da «alcuni chierici, tanti in verità»).
Raccolta di favole in versi che risalgono, lungo la tradizione dei bestiari e delle varie sillogi latine medioevali (tra tutte famoso il cosiddetto Romulus), al repertorio di Esopo, si pone come un libro di exempla, alla stregua dei molti entrati allora nelle scuole e nella predicazione. Sono storie di animali e di uomini: descrivendo le loro avventure e disavventure, Maria addita ai contemporanei i loro peggiori difetti, e in breve li mette in guardia dal procurarsi da se medesimi il male.
La casistica è ampia, ma non v’è situazione che Maria non possa correggere, né carattere che non sappia stigmatizzare: sebbene in ultimo convenga: «Uno può allontanarsi dalla propria natura,/ ma non può sfuggirvi completamente». La sua natura parrebbe piuttosto severa, rispettosa di un’idea di dovere che non ammette deroghe, e che si fonda sulla rigida gerarchia feudale. Ben a proposito la curatrice sottolinea l’uso della terminologia del tempo, in queste favole, «il tentativo di Maria di adeguare l’apologo alla società del tempo». Così ovunque ella sconsiglia vivamente di voler mutare stato (sociale), o rango, come ripete, ché i peggiori disastri possono derivarne; la fedeltà al signore, la sottomissione sono la norma: purché sia persona degna: «Coloro che si sottomettono/ a un uomo crudele e traditore/ fanno una grave sciocchezza».
Molte delle favole sono costruite attorno a coppie antinomiche: il leale e il traditore (il tradimento è forse da Maria considerato la colpa più grave), lo stupido e il saggio (fol e sage), l’ignorante (nunsachanz) e lo scaltro (veziëz). Il contadino (vilein) viene spesso evocato come personificazione dell’ignoranza e della stoltezza, colui che crede alle «apparenze che sono ingannevoli», che viene regolarmente gabbato dai compari e turlupinato dalla moglie.
E la donna - alla quale sempre si raccomanda di obbedire al marito suo padrone - è in genere nella sua visione il classico strumento del demonio, un po’ furbastra e un po’ strega. Megere di tal fatta sono protagoniste di due divertentissime favole, il cui semplice titolo è già di per sé esilarante: De homine et uxore litigiosa («L’uomo e la moglie litigiosa»), dove leggiamo che neppure il taglio della lingua basta a far recedere la donna dalle sue erronee convinzioni; e De uxore mala et marito eius («La donna malvagia e suo marito»), che termina con una scena nel più puro stile surrealista: neppure da morta, la moglie abbandona il suo habitus da bastian contrario e, affogata nel fiume, «non era nemmeno andata nella direzione dell’acqua,/ cioè non aveva seguito il corso della corrente;/ anche morendo, non avrebbe fatto/ ciò che si rifiutava di fare in vita».