Maria Sole Tognazzi: "Racconto i dolori di un maschio fragile e vendicativo"

"Ho scelto Pierfrancesco Favino per la sua fisicità atletica che contrasta con il ruolo"

da Roma

L’anno scorso la romana kermesse festivaliera era «femmina», quest’anno è stata promossa a «dominatrice» (gli aggettivi di Piera Detassis), per cui non meraviglia che ad aprire la cinerassegna, il 23, sia L’uomo che ama, commedia sentimentale di Maria Sole Tognazzi, classe 1971, figlia d’arte (papà Ugo e mamma Franca Bettoja, già attrice) e sorella degli attori Ricky (anche regista) e Gianmarco. Alla sua seconda prova, dopo Passato prossimo (2003), Maria Sole («nata per stare dietro alla macchina da presa», dice lei) farà sentire profumo di uomo, ora vittima, ora carnefice, sprigionandolo da una fantasia femminile, che si nutre anche del proprio vissuto: un padre amato e famoso, una madre bella e presente, una casa in campagna, eco e colori del Lago d’Orta, dove Maria Sole prega sulla tomba degli avi materni. Il cast è importante: la star internazionale Pierfrancesco Favino è Roberto, farmacista preso prima da Alba (Monica Bellucci), poi da Sara (Ksenia Rappoport). Si vedrà sesso esplicito sullo sfondo della Mole Antonelliana e, abbastanza inedito, si descriverà un uomo non gay che lotta per amore.
Cara Maria Sole Tognazzi, vuole infrangere il mito virile di Favino?
«Se è per questo lo vedrete non solo piangere ma anche vomitare!».
Non dev’essere facile prendere un attore come lui e chiedergli di mostrare il lato femminile...
«Avevo lavorato con Pierfrancesco in Passato prossimo e in alcuni video: c’era stima reciproca. La sua fisicità atletica e decisamente mascolina era, da subito, in evidente contrasto con le dinamiche del film. Perciò l’abbiamo scelto, io e il mio co-sceneggiatore Ivan Cotroneo. Di solito sono le donne, a disperarsi per amore».
Quanto a esperienze con l’altro sesso, il suo film è autobiografico?
«Abbastanza: anch’io ho sofferto e sono stata lasciata. Ma qui descrivo un uomo abbandonato che riproduce la ferita abbandonica su un’altra creatura. Per il desiderio di far patire a una donna quel che lui stesso ha patito. Aver vissuto con tre fratelli maschi e un padre pieno di donne, certo, ha influito».
Chi è per lei L’uomo che ama? Come lo inquadra?
«È un uomo qualunque, uno che non sa amare più o meglio degli altri. Racconto la sua disperazione amorosa con molto rigore, inquadrandola nella luce fredda, ma anche intima, di Torino. Città scelta non per la generosità della Film commission locale, ma proprio per le atmosfere surreali e domestiche che tornavano utili alla narrazione».
L’uomo e la donna si diversificano poi così tanto, soffrendo per amore?
«Il mio film esplora tutta la fragilità delle relazioni umane, uomini o donne, non importa. Ho pensato alla circolarità della vita».