Maria Stella Gelmini, la «vedetta lombarda» che rifiuta le quote rosa

Sfrutto la spola di Maria Stella Gelmini tra il lago di Garda, dove abita, e Roma dove si immola con alzatacce e tristi panini alla maggior gloria di Forza Italia, per intercettarla nella sede centrale del partito. Tenero germoglio del berlusconismo, la trentaduenne bellezza padana è da qualche mese coordinatore di Fi in Lombardia. Se il Cav è Napoleone, lei è Masséna, il principe dei suoi marescialli, responsabile della provincia chiave dell’impero. Maria Stella mi accoglie nel piccolo ufficio ai piani alti di via dell’Umiltà
«Bella», dico senza preamboli, avendola davanti, alta e sottile, coi capelli bruni e ondulati che cadono sulle spalle.
«Si figuri, non mi sono neanche truccata», civetta senza malizia. In effetti, è palliduccia.
«Lavora troppo», mi intenerisco.
«La politica è stress. Ma è più duro in miniera», taglia corto.
«Nubile per amore della causa?», mi informo.
«Non ho progetti di matrimonio. Ma non per carrierismo, che mi è estraneo. Finora non si è affacciata la combinazione giusta».
«Lei è dell’ultima infornata di coordinatrici donne. Tutte giovani e belle. Il Cav è un fine intenditore», insinuo.
«Ha un forte amore per i giovani e crede nelle donne. Dice che sono caparbie, raggiungono ciò che si prefiggono, sono leali».
«Crede solo nelle belle donne».
«La pensa alla greca: kalòs kai agathòs. Un altro modo per svecchiare la politica. È ancora traumatizzato dalla prima Repubblica col politico sciatto e slabbrato», ragiona convinta.
«Dal ’94 è in Fi. Aveva 21 anni. Non ha trovato di meglio per passare la gioventù?».
«C’è stato spazio per tutto, sport e amicizie. La discesa in campo del presidente ha svegliato in me la passione civile. Senza di lui, non so se avrei mai fatto politica».
«Il Cav la accende», malizio.
«Ha carisma, libera in noi le energie positive, tira fuori la parte migliore, suscita idee nuove. Dice che bisogna alzarsi al mattino col sole in tasca. Ai giovani piace la sua idea che la politica sia una cosa a tempo. Si fa se c’è entusiasmo, finché si è utili. Il contrario del politicante professionale», dice torrentizia.
«Farà politica a tempo?».
«L’idea di 40 anni in politica non è nelle mie prospettive. Sono avvocato a Brescia. Intensificherò l’attività. Mi solletica l’indipendenza dalla politica. Quando finirà la passione, avrò un'alternativa», dice e giurerei che seguirà il programma.
«Lei è liberale, cattolica o socialista?»
«Cattolica. Infanzia all’oratorio, liceo classico dai preti. Papà è stato sindaco Dc nel Basso bresciano», dice incrociando piamente le mani.
«La sua stanza è da laico incallito», e indico sul muro i ritratti di Einaudi e Croce, scarsi bazzicatori di sacramenti.
«Non è la mia stanza. Ci siamo intrufolati da Alfredo Biondi, il liberale di Fi», ride.
«Neppure un crocifisso», dico guardando circolarmente.
«Ce l’ho sempre con me». Si fruga nel collo sotto il foulard. Estrae una crocina di legno, impreziosita da qualche pietra. «Mi sembra che mi accompagni», dice.
«Un atto di fede?»
«E di difesa della nostra cultura, permeata di cattolicesimo. L'Islam si affronta con la consapevolezza delle radici. Non con lo scontro di civiltà evocato da Calderoli. Un gesto sciagurato il suo. Ma gli do atto di avere fatto ammenda dimettendosi».
«Chi l’ha raccomandata per l’incarico di coordinatore?».
«Nessuno. Nel 2004 sono diventata consigliere regionale, prima degli eletti di Fi in Lombardia. Era un periodo difficile. I nostri alleati ci facevano continui sgarbi. Ho incontrato il presidente Berlusconi che conoscevo poco. Nacque un’empatia. “Collabora con Sandro Bondi a Roma”, disse. Poi arrivò l’incarico che non mi aspettavo».
«Ora è la cocca di Bondi», mi risulta per certo.
«Perbene, grande umiltà, immensa cultura. Voi giornalisti dite che è servile. Ma è solo uno che non scorda il tanto fatto dal presidente. È leale, ingenuo...».
«Pieno di rossori».
«Piace alle donne di Fi per l’ironia e non è insensibile al loro fascino».
«L’abate Bondi un galletto?», esclamo entusiasta.
«Non sfrontato come il presidente che fa subito una galanteria, ma se passa una donna, Sandro si volta a guardarla, poi si contiene all’istante. Tenerissimo», dice, completando l’inedito ritratto dell’ormai ex monsignore.
«Eh, le donne! È per le quote rosa?».
«No. Credo alle quote grigie, intese come materia celebrale. La donna ha ormai spazio in ogni campo. Dovrebbe però fare più gioco di squadra, come gli uomini. Tra donne invece scatta una sciocca concorrenza personale».
«Deduco che la Prestigiacomo, alfiere delle quote rose, non sia il suo modello».
«Lei è più laica, io cattolica. Idee diverse. Peraltro, in Fi le quote non servono. Il presidente tiene già tanto a noi», e mi supplica con lo sguardo di non tirare più il can per l’aia.
Nel suo programma di candidata al consiglio lombardo, mi ha colpito l’appoggio ai cacciatori. È antianimalista?
«Amo gli animali, ma i cacciatori non sono i delinquenti che descrive Pecoraro Scanio. Si caccia da che c’è il mondo. I cacciatori amano natura, tradizioni e sono importanti per l’economia. Armi, lo dico da bresciana, ma anche abbigliamento, ecc.».
Lei caccia?
«Io no, in famiglia sì».
Nel programma ha dato molto spazio all’agricoltura.
«Ci tengo. Abbiamo fatto l’errore di lasciarla a An. Alemanno è molto bravo a farsi clientele nel Sud. Ora accolla al ministero miliardi di euro di contributi Scau evasi dagli agricoltori meridionali. Grande scorrettezza. Poi non difende il latte del Nord, quote, prezzo, qualità. Sono avvelenata, non si fa così».
Il resto del programma era banalotto: famiglia, anziani, volontariato. Sembra farina del sacco di Follini.
«Nooo. Tutto, ma non mi paragoni a Follini, l’uomo dei se, dei ma, dei peraltro».
Che aria tira in Lombardia per le elezioni?
«Vento positivo. Vedendo il presidente in tv, gli elettori si sono svegliati. Ci penseranno due volte prima di consegnare l’Italia alla sinistra, per niente riformista, dei Caruso e dei Luxuria».
Cosa glielo fa pensare?
«Tra l’altro, la ressa di volontari per fare i controllori degli scrutini. I brogli sono un pericolo reale, come si è visto a Bolzano e in Puglia».
Siete la roccaforte di Fi o va bene anche altrove?
«Il Veneto va molto bene. Ma anche Sicilia, Piemonte, Campania, Lazio».
Il ventre molle?
«Forse la Sardegna, dove c’è un autonomismo eccessivo, e la Calabria».
Va maluccio l’alleanza coi partitini. Avete perso i pensionati di Carlo Fatuzzo passato con Prodi.
«Altre sigle di pensionati sono con noi. I partiti minori sono ben rappresentati nella Cdl. Ma si vince con gli indecisi, il tipo di elettore che Fi è capace di attrarre più degli altri».
Votano per la prima volta gli italiani all’estero, 18 seggi tra Camera e Senato. Siete attrezzati?
«Eccome. Ci sta lavorando l’on. Rivolta che ha viaggiato in Australia, America, Europa. Sono già stati scelti i candidati in viari Paesi. Siamo molto a buon punto».
Lei si candida?
«Sono da poco in Consiglio regionale e sono contenta di proseguire l’esperienza. Ho tempo davanti».
Le piace la campagna elettorale tutta all’attacco del Cav?
«Necessariamente all’attacco. È ancora il momento delle scelte di campo, l’elettorato deve svegliarsi e sapere il rischio della sinistra. Noi passiamo per i conservatori, ma siamo i riformisti. Ci sostengono gli industriali che rischiano in proprio e i loro operai. I conservatori sono gli altri. In fila da Prodi alle primarie, c’erano i grandi banchieri, non i dipendenti».
Fi è votata da operai?
«Quelli che non pensano siano i sindacati a garantirgli il lavoro, ma un rapporto equilibrato con le loro aziende. Il nostro è un voto popolare. I Della Valle e i Tronchetti non votano per noi».
Se vincete, cinque anni tutti col Cav o cambio della guardia a metà legislatura?
«Nessuno ancora può prenderne il posto. Nessuno ha il suo senso dell’alleanza. Altri dicono di tirare nella porta avversaria, ma fanno continui autogol alla Cdl».
Chi?
«Casini, tutti i giorni, fa dichiarazioni più per distinguersi che per avvantaggiare la Cdl».
Che pensa del Cav?
«Alto profilo etico, politico, umano. Basta fare il confronto con Prodi. Il presidente è stato grande, come imprenditore, creando lavoro senza mai cassa integrazione, nello sport e nei cinque anni di governo. Prodi invece è professionista nella svendita del patrimonio di Stato e ha impoverito le famiglie con l’euro. Giudichi lei».
A Milano chi diventa sindaco a maggio?
«Sicuramente la Moratti che intercetta direttamente i milanesi e ha l’abbrivio dell’ottima gestione di Albertini, che spero sia il nostro capolista. Ferrante è un candidato opaco che si barcamena tra Rifondazione e Margherita».
Prodi ha i suoi stessi valori: famiglia, anziani, volontariato.
«Per niente. Ha una visione statalista e non fa il tifo per l’Italia. Come fa a dirsi cattolico se suoi alleati radicali vogliono la fine del concordato e se invece di difendere la famiglia vuole i Pacs?».
Se però vince?
«Non voglio nemmeno prenderlo in considerazione. Al più, starebbe in piedi un anno. E sarebbe un anno perso».