Maria Stuarda sul trono del destino

Vita, morte e passioni della regina di Scozia in uno degli appassionanti «Delitti celebri» di Alexandre Dumas

«È più bella di me?». «Signora, voi siete la più bella d’Inghilterra e Maria Stuarda la più bella di Scozia». «Ma quale delle due è più alta?». «È la mia regina, maestà». «Allora lo è troppo, perché la mia statura è già eccezionale». Lo scabroso confronto, al quale Elisabetta sottopone l’inviato della regina di Scozia, è raccontato da Alexandre Dumas in uno dei suoi Delitti celebri, dedicato a Maria Stuarda e ripubblicato di recente da Sellerio (Maria Stuarda, pagg. 275, euro 10, traduzione di Giovanna Arese).
«Nata con cuore di dama e intelligenza di uomo», dopo la morte del delfino di Francia, suo sposo, e di sua madre, Maria di Guisa, la Stuarda ritorna in Scozia, dove inizia a regnare facendo mostra di tutto il suo coraggio ma anche della sua inadeguatezza. Affronta le ribellioni con piglio risoluto, ma è cedevole ai sentimenti e alla passionalità. Sposa così Lord Darnley, di cui si innamora immediatamente, ma presto si ricrede. Il figlio del conte di Lennox è infatti pronto a tutto pur di ottenere dalla moglie la corona matrimoniale, che gli avrebbe dato pari dignità regale. La stella di Darnley inizia così a tramontare, mentre la regina si infatua del conte Bothwell, meno bello di suo marito, ma decisamente più coraggioso. Spinto dall’ambizione e incoraggiato dal fascino che esercita sulla sovrana, Bothwell decide di far assassinare il consorte regale e, nonostante sia già sposo di tre donne diverse, si unisce alla Stuarda, che ne resta fatalmente aggiogata fino a perdere ogni autorità sui suoi sudditi.
Anche se è pur sempre una regina, è di fatto destituita da ogni potere. Viene trasferita in un castello secondario ed è abbandonata anche dal fratello, ora reggente al suo posto. Le speranze della sovrana sembrano ormai svanite. Ma non è così. Nel maniero, c’è chi, come George Douglas, nutre stima e profonda passione per la Stuarda e briga per una sua macchinosa evasione. I tentativi sono due, ma falliscono. Nel primo la sentinella tradisce i fuggiaschi, nel secondo l’esercito dei fedeli di sua maestà riesce a liberare la regina, ma è facilmente sconfitto da quello del fratello.
Stretta in una morsa soffocante, Maria Stuarda commette l’ennesimo peccato di ingenuità: chiede riparo in Inghilterra alla sorella Elisabetta, da sempre gelosa della sua bellezza. Maria viene trasferita da un castello all’altro prima di essere giudicata da una commissione cooptata dalla regina inglese. Il 17 dicembre 1586 nel palazzo di Westminster è pronunciata la sentenza di morte, mentre vengono suonate campane a festa ed accesi falò davanti ad ogni abitazione. Per evitare l’esecuzione della condanna, si muovono le ambasciate di mezza Europa. Quella francese ottiene una proroga di qualche giorno. Per quanto si senta tradito, perfino Giacomo VI, nuovo re di Scozia, si spende nel tentativo di salvare la madre. Ma la Stuarda è ormai rassegnata e si preoccupa solo di morire dignitosamente, pregando e dividendo i pochi beni tra i servitori più fedeli. L’8 febbraio del 1587 «un’umile accetta di taglialegna» pone fine alla vita della regina. L’ultima offesa si compie dopo la morte: il corpo è imbalsamato di fronte ad alcuni soldati, senza rispetto né per il rango, né per la femminilità della sovrana.
Il personaggio di Maria Stuarda è perfetto per uno scrittore come Alexandre Dumas. Regalità e passione, alterigia e debolezza, bellezza e ragion di Stato si combinano in questa figura romantica e la rendono protagonista ideale di una godibile biografia romanzata. Maria non è Elisabetta. Non è una Tudor, ma una Stuart e porta su di sé il peso del nome di una dinastia sfortunata. Rispetto alla regina inglese è molto più affascinante ed aggraziata, ma non ne possiede l’intelligenza e la saggezza politica. Dalle pagine di Dumas questa differenza sembra diventare una diversità antropologica. Ed il dialogo che lo scrittore francese riporta nella parte iniziale del libro non fa altro che annunciare al lettore una fine significativamente drammatica.