Mariangela Melato una donna sola che ne vale mille

Splendida e applauditissima nello spettacolo della Corte vera scorribanda tra generi

«Di solito diciamo "Genova per noi è come un'idea", ma stasera Genova è un cuore che batte all'impazzata!». Ha esordito così, a sipario ancora tirato, una Mariangela Melato visibilmente emozionata martedì sera alla prima nazionale di «Sola me ne vo...», one lady show scritto a otto mani da lei, Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari, anche regista. In scena al Teatro della Corte fino al 4 febbraio e accolto con calorosi applausi da una sala da tutto esaurito, lo spettacolo è una scorribanda teatrale tra brani di repertorio, aneddoti dietro le quinte, scorci di vita privata. E, muovendosi disinvolta e sicura tra schermi che si animano di un'orchestra virtuale, la Melato si cimenta anche con il ballo, scortata da sei provetti ballerini, e interpreta con la sua voce calda canzoni dagli anni '30 a oggi.
Anche i brani in prosa ci presentano una Melato inedita, divisa tra i suoi personaggi e il personaggio «se stessa», sempre sul filo dell'ironia: «non ho mai sofferto di schizofrenia, io». «E nemmeno io», ribatte Mariangela a Mariangela. Giocando sulla sua gamma vocale, la Melato riesce a essere contemporaneamente Fedra di Racine, la nutrice e le rispettive attrici, mentre, al culmine di una scena di grande patos, si accorge di aver indosso i calzerotti da camerino; ripresa dalla nutrice per il suo amore colpevole e da Rita Savagnone per i calzerotti, rincula verso le quinte, esibendosi nell'«uscita di scena più memorabile che un'attrice abbia mai azzardato nel XX secolo». Il teatro è stato l'approdo del suo volersi inventare ogni giorno, fin da ragazza: vetrinista alla Rinascente di Milano, si truccava da Morticia Adams e indossava «una tela di sacco dipinta da lei», per la disperazione della mamma sarta specializzata in tailleur. Arriva l'agognato debutto, con Dario Fo all'Odeon di Milano: l'intera compagine dei vigili urbani di Milano, colleghi di suo padre, inorridisce davanti al cartellone: «Mariangela Melato nel ruolo di prima puttana». Il brio del racconto si stempera in serena riflessione: grande compagna (e scelta) della sua vita è la solitudine, anche sentimentale: del resto, come trovare l'uomo ideale dopo aver incontrato Amleto? Nostalgia, rimpianti: se ci sono, Mariangela non vi si abbandona, trapassa vorticosamente dai ricordi ai passi di tip-tap. Il teatro è la sua vera casa, la grande ragione della sua vita: "la mia sostanza è il teatro… un fuoco che mi consuma e quel fuoco sono io." È l'ultimo luogo dove si può ancora essere liberi, liberi di evocare Brecht e Gaber, affrancati dalla schiavitù delle beghe e incombenze che logorano l'esistenza. Eppure i due mondi si intrecciano: come fare a immedesimarsi in un personaggio fino alle lacrime, replica dopo replica? Basta pensare proprio alle quotidiane beghe che aspettano fuori dalla scena! Non manca una vena di angoscia: nel buio rotto da un accendino riecheggiano le parole di Macbeth «Spegniti, piccola candela! La vita è solo un'ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un'ora sulla scena». Uno spettacolo brillante e lieve, ben calibrato nei tempi e nella partizione scenica tra autobiografismo sornione e pezzi di repertorio, che non cede all'insidia dell'autoreferenzialità. Si esce dalla sala conquistati dal carisma e dal fascino di una delle più grandi attrici contemporanee.