MARILYN MANSON

Antonio Lodetti

Il suo vero nome è Brian Warner ma tutti lo conoscono come Marilyn Manson, colui che si definisce l’Anticristo e che ha costruito le sue fortune su un miscuglio di suoni durissimi (hard rock e heavy metal con venature gotiche e un tocco di «industrial») e un sapiente collage di atteggiamenti scandalosi.
I suoi travestimenti macabri e bisex; video come I Don’t Like Drugs (But the Drugs Like Me) dove viene crocefisso ad una croce fatta di televisioni mentre un gruppo di bambini drogati recita la litania: «C’è un buco nella nostra anima e per star bene lo riempiamo con la droga»; l’amore per il satanismo dell’album Antichrist Superstar sono esempi dei suoi atteggiamenti oltraggiosi.
Così da un lato c’è chi lo definisce il simbolo del male e dall’altro chi lo vede come un innocuo e grottesco rocker amante della spettacolarità. Per impedire il suo concerto milanese si erano mobilitati politici e istituzioni; stavolta, per il suo show di martedì al Mazda Palace, pochi battibecchi e ancor meno polemiche. Quindi Manson approda a Milano per una tappa del tour mondiale partito l’autunno scorso in America per accompagnare la raccolta di successi Lest We Forget.
Manson piace perché è ambiguo. Ambiguo il suo nome d’arte (che vuole unire la bellezza di Marilyn Monroe e la malvagità di Charles Manson, il guru hippie che nel ’69 sconvolse l’America spingendo i suoi adepti a massacrare l’attrice Sharon Tate e i suoi amici); ambiguo il suo spettacolo che fonde la satira del vaudeville con l’innocua efferatezza del grand guignol. «Ho preso questi due nomi perché sono gli estremi del nostro immaginario - sintetizza Manson -; la cosa importante è lottare per la libertà di espressione. Prima sradicavo dalle coscienze la religione e la politica, ora canto le cose che mi fanno schifo».
Quindi spazio a suoni durissimi, chitarre distorte, ritmiche assordanti che fanno da elemento propulsivo ai suoi travestimenti, alle invettive, alle scene sanguinose che pagano pegno a Alice Cooper (il capostipite del genere) ai Kiss, a Iggy Pop e a David Bowie, con puntuali richiami a Satana, al marchese De Sade, al nazismo, al sesso, alla violenza, alla spettacolarità, come quando arrivò su questo stesso palco del Mazda Palace chiuso in un confessionale gotico in un’orgia di fumo e fiamme. Più lo si addita come un mostro («Manson è un inno spaventoso al vuoto, al nichilismo e alla perdizione dell’individuo», è stato detto) più i suoi concerti sono seguitissimi dallo zoccolo duro dei fan ma anche da non pochi curiosi.
Bisogna prendere lo show per ciò che è: una celebrazione moderna, con tutti i suoi pregi e i suoi limiti, del rock and roll oltraggioso e maledetto, con Marilyn Manson protagonista «nei panni di un Pierrot incarognito».
Il suo percorso musicale parte grazie a Trent Reznor (leader dei battaglieri Nine Inch Nails) che produce il suo primo album Portrait of an American Family, rendendolo subito gettonato protagonista del rock antagonista. Pedofilia e abusi sessuali sono i temi forti del secondo album Smells Like Children, contro cui si puntano gli strali dei benpensanti e che anticipa Antichrist Superstar, manifesto del suo maore per il satanismo e le scienze occulte. Il viaggio attraverso il Male prosegue con Mechanical Animal e Holy Wood passando per The Golden Age of Grotesque, il cd ispirato al cabaret degli anni Venti.
Cattivo profeta o furbissimo istrione del rock, dopodomani Manson è pronto per celebrare il suo rito attraverso classici come Irresponsible Hate Anthem The Beautiful People e Personal Jesus. Al suo fianco la chitarra di Mark Chaussee, le tastiere e i trucchi elettronici di M.W. Gacy, la possente ritmica di Tim Skold al basso e Chris Vrenna alla batteria.