MARIN La lunga guerra di un uomo di confine

Un volume di «Diari» del poeta istriano. Nel ’45 annotava: «Per essere italiani da tutte le parti ci minacciano di morte»

Per Karl Von Clausewitz, il massimo teorico della guerra del mondo occidentale, ogni evento bellico si verifica in un clima di incertezza, dove informazioni, parziali, contraddittorie, addirittura errate, impongono ai vertici militari una logica delle probabilità, che sfugge quasi sempre a un calcolo razionale. Ma la «nebbia della guerra» non si diffonde soltanto sui campi di battaglia, negli uffici degli stati maggiori. Quella caligine penetra anche nelle stanze delle politica, offusca le strategie dei governi, si deposita, ancora più fitta, nella mente di chi, lontano dalla linea del fronte, s’interroga sulle ragioni e i motivi di una conflitto in corso.
Molta di quella nebbia si è accumulata nelle note di Biagio Marin, La pace lontana. Diari, 1941-1950 (Libreria Editrice Goriziana, pagg. 382, euro 24; a cura di Ilenia Marin): il giornale di bordo di un poeta, che scelse il dialetto della sua Istria, come mezzo di espressione, ma che fu egualmente un grande poeta italiano. Il Marin dei Diari è però soprattutto un borghese italiano, di quella borghesia che concepiva il suo status sociale non come privilegio, ma come impegno civile e nazionale. Un «uomo del Risorgimento», si sarebbe detto in altri tempi. Un «uomo di confine», diciamo noi oggi, che dalla punta estrema dell’Italia protesa verso Est, guardava con emozione e preoccupazione l’imperversare dei venti di guerra che sconvolgevano il continente.
Poteva definirsi giusta la conflagrazione europea scatenata dalle due dittature? Per Marin, sicuramente sì. Anche se la legittimità di quella contesa non coincideva con le mire imperialistiche del regime. Biagio Marin (1891-1985), come la stragrande maggioranza degli intellettuali della sua generazione, aveva aderito con entusiasmo al fascismo. Ed era rimasto fascista. Ma il suo fascismo, nel 1941, si coniugava con il «gran dispitto» per il «plebeo» Mussolini e per il suo sistema di potere che aveva portato alla «burocratizzazione della vita nostra», alla «meridionalizzazione dell’Italia». Tradite le promesse dello “Stato etico” teorizzato da Gentile, di cui Marin fu attento allievo, il bilancio della dittatura non era in attivo neanche sul piano della politica estera, dove funesto errore era stato accettare dalle mani dell’alleato tedesco i territori croati e sloveni, in «omaggio alla menzogna dell’italianità della Dalmazia che è etnicamente slava».
Per Marin, la guerra attuale non doveva avere come obiettivo l’ingrandimento dello «spazio imperiale dell’Italia», ma assumere invece il significato di guerra difensiva del confine orientale. Perché la «soluzione inglese e americana del problema jugoslavo» aveva già da tempo decretato la cessione della zona adriatica agli slavi: «da Trieste a Cattaro». Da questo punto di vista, il grande conflitto dei continenti restava una guerra patriottica, soprattutto agli occhi degli italiani di confine. Più italiani, secondo Marin, di tutti di coloro che abitavano in altre regioni della penisola, al riparo dalla minaccia di popoli e genti estranee. E quella guerra patriottica, per essere vinta, comportava, per paradosso, l’ingresso dell’Italia in una «nuova organizzazione solidale europea», estesa fino agli Urali, dominata dall’«ordine nuovo e totalitario» del nazionalsocialismo. La tenuta dell’Inghilterra e del suo fedele Commonwealth, la resistenza dell’Urss, che rinnovava lo spirito militare «vecchio-russo», in breve annientavano quell’illusione. Tra la nebbia della guerra, si stagliava invece lo spettro di una futura Europa in «regime uniforme di lavoro germanizzato», nella quale «solo ai tedeschi sarà riservato il diritto dell’uso delle armi, e gli altri popoli saranno degli iloti».
I diari, mutili degli anni 1942 e 1943, ricominciano la loro narrazione il primo gennaio del 1945. In quella data, per molti italiani, la guerra è terminata da molto o è sul punto di finire. La guerra continua invece per goriziani, istriani, triestini. Agli orrori dell’occupazione tedesca, che aveva fatto del Litorale adriatico una parte integrante del Reich, si sostituivano quelli della slavizzazione. Intanto, molte cose sono mutate. Marin era divenuto antifascista militante, addirittura presidente del Cnl di Trieste e regista della liberazione di quella città, che in realtà, come lo scrittore confessava, fu ottenuta solo grazie all’intervento dei cingolati neozelandesi. Nel cambio di fronte, Marin era però restato profondamente fedele alle sue idee e proseguiva la battaglia per la difesa dell’italianità della sua terra, contro nemici vecchi e nuovi.
Non solo le bande comuniste titine, che agivano indisturbate sotto gli sguardi distratti o complici degli eserciti alleati. Non soltanto le popolazioni contadine e montanare slovene e croate che affluivano verso le città italiane come barbari in cerca di rivalsa contro i loro «antichi padroni». I più insidiosi nemici erano compatrioti di stesso sangue e di stessa stirpe, persi nella «nebbia» di un’ideologia scellerata, ancora più impenetrabile di quella della guerra. Erano gli italiani «slavo-comunisti», organizzati dal Pci di Togliatti: i «manigoldi sovversivi, che hanno potuto intendersela con lo straniero e consegnarli la regione, dichiarando sfrontatamente di aver diritto a farlo».
Nel luglio del 1945, Marin annotava: «Per essere italiani, da tutte le parti ci minacciano di morte». E aggiungeva: «Ci viene negato ogni diritto alla vita, da gli slavi qui, da gli italiani in patria». Solo qualche voce isolata, infatti, forava l’assordante silenzio, per denunciare la tragedia del confine orientale. Per ammonire, come avrebbe fatto Benedetto Croce, nel luglio del 1947, che, con la perdita di terre, da sempre italiane, tutti gli italiani avevano perso la guerra: «Anche coloro che l’hanno deprecata con ogni potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime». Con queste parole, il filosofo rifiutava di ratificare, alla Costituente, il trattato di pace di Parigi, che cedeva alla Jugoslavia l’intera regione giuliana fino a Gorizia e che faceva di Trieste una enclave militare anglo-americana. Pochi mesi prima, Marin, già consapevole del disgraziato esito di quell’accordo diplomatico, arrivava all’amara conclusione che per la classe politica della nuova Repubblica «Trieste non è più una città italiana, ma una città dei Balcani come Salonicco».