La Marina militare fra culto dei morti e spreco di risorse

Egregio direttore, vorrei un suo parere in merito al recupero da parte della Marina militare di quel peschereccio carico di disgraziati affondato nel canale di Sicilia un anno fa. Non riesco a capire tutto l'impegno (in termini di tempo e di costi) profuso dai militari per il recupero dello scafo e soprattutto l'intenzione di dare un nome (magari con la ricerca del Dna) ai morti. A quanto che mi risulta, sono affondati in acque internazionali, non sono italiani e di sicuro l'Italia non ha alcuna responsabilità nel naufragio (se non quella di averli invogliati a venire con la sua scellerata politica). Perché, visto che erano in acque internazionali, a nessun altro Stato è venuto in mente di compiere una cosa del genere? Mai ho sentito dell'intenzione di recuperare i morti italiani in mare durante l'ultimo conflitto dato anche che, come si dice, il mare è la miglior tomba per i naviganti. Le spiegazioni che vengono fornite dal governo, tutte basate su questioni etiche, non mi convincono affatto.

Pierfelice Delmastro

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Caro lettore, il culto dei morti è, fin dall'antichità, il tratto distintivo di una civiltà. Meglio, è ciò che distingueva l'essere «umano» dall'essere «selvaggio». Tante madri hanno atteso per anni di avere notizie dei figli morti al fronte pensiamo solo alla tragedia della campagna di Russia nell'ultima guerra per poter dare almeno degna sepoltura ai resti dei corpi dei propri cari. Siamo cresciuti imparando a memoria le strofe di Pascoli e Foscolo sulla memoria che sopravvive solo grazie ai cimiteri. Sul recupero delle centinaia di cadaveri intrappolati nel peschereccio affondato negli abissi - oltre trecento metri del Mediterraneo, non ne farei neppure una questione di competenza ma di pietas. Il mare, come lei dice, è già in sé una tomba, e dopo tre mesi a macerare figuriamoci lo strazio su quel che restava di quei corpi che mai avranno pace al cospetto dei loro cari. È stato solo un inutile per di più costoso sfoggio di capacità tecnologiche. Tempo, energie e denari sottratti ai bisogni dei vivi.