Marina Ripa di Meana: Figlia mia, evita il corteo: è solo una roba da snob

Sul Foglio lettera aperta di Marina Ripa di Meana alla figlia Lucrezia Lante della Rovere: non partecipare alla manifestazione anti Cav, così segui solo falsi obbiettivi

Io, Marina Punturieri, ex Lante della Rovere, oggi Marina Ripa di Meana, domenica sarò stretta alle mie sorelle, oggi escort, ai miei tempi mignotte.
Io sono con loro da sempre, da quando abitavo a via Borgognona 12, sopra il ristorante Nino. Una bella casa romana dove hanno vissuto, o venivano in visita, Umberto Melnati, Cesare Garboli, Daniele Varè, Natalia Ginzburg, Marco Vicario, Nicoletta Fiorucci, Susanna Agnelli e tanti altri. Nel vano dell’ascensore campeggiava sull’intonaco, in pennarello indelebile, la scritta: «Marì!, principessa delle mignotte». Mentre io, nelle mie esplicite sgomitate vitali, mi sentivo pura, «Like a virgin». Trovavo appropriato e quasi beneaugurante quell’entusiastico urrah!, perché anch’io ero stata una ragazza di una famiglia piccolo-borghese che aveva cercato di emergere, e non avevo esitato a prendere i passaggi in avanti, quando mi si erano presentati.

A tutte le donne che domenica andranno in piazza, e in particolare a mia figlia Lucrezia Lante della Rovere, la mia sola figlia, attrice bellissima e acclamata, come ho visto domenica a Rieti nel magico teatro Flavio Vespasiano di fine Ottocento, che ha scelto di essere testimonial nella «giornata politica anti-Berlusconi e contro la mignottocrazia imperante», chiedo perché avete deciso di puntare il dito contro le escort, le prostitute, le presunte mignotte, che vengono avanti nella vita, dalla notte dei tempi, con le occasioni che si presentano, secondo il disegno della sorte, «in progress», come direbbe Furio Colombo. Ricordo, e di recente è stato rievocato in una fiction televisiva, che quando Sophia Scicolone di Pozzuoli trovò il potente, ricchissimo produttore Carlo Ponti, non aveva ancora chiaro il suo futuro ma arrivò, studiando e con il talento, all’Oscar. E tanto per non andare troppo indietro, rammento la fanciullina tredicenne Ambra Angiolini, portata in tv, radio, cinema e canto con successo pieno, dal suo geniale maestro Gianni Boncompagni.

Non a tutte è possibile passare per le aule universitarie, «win a master», come aridirebbe Furio Colombo. Non tutte hanno nei dintorni famiglie con grandi mezzi. E dunque gli esordi sono sempre incerti, e qualche volta spregiudicati. Vi ricordate, mie care amiche, riflessive signore, quando a Perugia si seppe, due anni fa, che brillantissime laureande accettavano incontri bendati su internet, poi conclusi nelle case degli interlocutori la sera, pur di non chiedere nuovi aiuti in famiglia?
E io ricordo Dacia Maraini che a trent’anni ha avuto la fortuna di essere introdotta alla scrittura da Alberto Moravia, e vinse tout de suite il premio letterario internazionale Formentor nel 1963 con il suo libriccino d’esordio. Così come mi pare nel mio ricordo ancora ieri quando, sempre Dacia, nel 1974 a Venezia alla Biennale, al campo di San Polo e agli ex cantieri navali della Giudecca, presentò «La donna perfetta» con il gruppo della Maddalena. Tanto che il 2 novembre di quell’anno il Patriarca cardinale Albino Luciani, poi Papa Giovanni Paolo I, pronunciò in Basilica un’omelia «Contro le tesi abortiste e l’arte moralmente brutta dei collettivi di donne invitati dalla Biennale». La stessa Dacia, che nel 1992 pubblicò «Veronica, meretrice e scrittora».

Perché prendersela tanto oggi con le minorenni, escort, veline, meteorine, e vibrare di sdegno, dunque, anche contro la ninfetta di Balthus, che domina la sala da pranzo romana dove riceveva gli amici l’avvocato Agnelli, e non parlare più delle tante tele delle ninfette di Balthus che popolano le case dei collezionisti romani, quando nel 1964 l’artista era direttore di Villa Medici? Perché tacere, o di fatto indignarsi con le lolite del grande inventore, poeta e cacciatore di farfalle Vladimir Nabokov, con il suo mondo di madri, zie, parenti di Lolita, tanto amata un tempo e padrona del suo tutore Humbert Humbert, e «dell’ambiguous background», come arinoterebbe Furio Colombo? Quando tu, Lucrezia, per il tuo talento, potresti da un giorno all’altro, dopo la versione cinematografica di «Lolita» firmata da Stanley Kubrick, ricevere una proposta teatrale sul testo di Nabokov, per interpretare, magari, la madre di Lolita.

L’altra sera da Santoro hai stigmatizzato la pornocrazia, invitando le donne in bianco, che sfileranno dietro le bandiere della pace, a marciare contro questa deviazione che corrisponde, non so se lo ricordi, al titolo della tela più famosa del pittore del simbolismo belga dell’Ottocento, Félicien Rops, «Pornocrate trionfante». Non sei stata tu, mia cara figlia, tre anni fa a leggere al pubblico che gremiva l’Argentina «I monologhi della vagina» di Eve Ensler, un testo ispirato da Tina Turner, superiore al pene in quanto in essa fa parte il clitoride, dedicato esclusivamente al piacere sensuale? Solo più tardi quel testo fu trasformato, dalla ispirazione panerotica, in testo strumentale di denuncia della violenza sulle donne.

E per finire, cara Lucrezia, non credi che la caccia all’erotismo che ancora perseguita dal 1972 Bernardo Bertolucci per l’«Ultimo tango a Parigi», quando furono bruciate le copie del film, condannato l’autore, e proibito nel cuore dell’Europa, dove ancora le copie superstiti del film si contano sulle dita di due mani; la forte perorazione nel 1980, prima di morire, di Henry Miller, perché la vera arte non è mai oscena; quando la Turchia, candidata ad entrare nell’Unione europea, bandisce nel 2009 dalle sue librerie il libro di Guillaume Apollinaire «Le vittoriose imprese di un giovane dongiovanni» perché troppo osé, «pura pornografia, osceno e privo di valore letterario»; e l’opera recente di Alain Robbe-Grillet «Un roman sentimental», uscito a Parigi e attaccato dai bacchettoni di sinistra; non credi che siano questi i temi veri, i pericoli concreti, soprattutto attraverso le esclusioni delle donne, le mutilazioni della loro sessualità, della loro libertà creativa e fisica, in particolare da parte dell’islam, che incombono su questo nostro continente? Non credi che siano queste, e non altre per noi in Italia, le motivazioni prioritarie, le nostre urgenze da esprimersi e organizzare su questi temi, le nostre uscite pubbliche, e non invece riecheggiare, da parte vostra, le intemerate dei partiti contro le escort, le mignotte, le prostitute, le donne che, da che mondo è mondo, sono sempre esistite, hanno sempre cercato di emergere da una condizione solo primaria, fisica, per salire alla poesia, alle grandi opere letterarie, alla pittura, eccetera? E non spendervi, come vi preparate a fare, con le vostre insofferenze implacabili, per sloggiare dal governo Berlusconi perché, negli ultimi mesi, ha replicato da noi l’eterna allegoria di Susanna e i vecchioni, come è scritto nella Bibbia, con la corrispondente tradizione della pittura sacra lungo i secoli, a ricordarlo le tele di Guido Reni, del Tintoretto, del Lotto, di Rembrandt, Rubens e Hayez.

È un copione già visto mille volte in questi anni quello di Susanna assediata. Nel Cremlino di Breznev, nello Studio ovale di Bill Clinton e, fino all’ultimo sospiro della sua presidenza, all’Eliseo di François Mitterrand. In Italia, come a Washington, a Mosca e a Parigi, è risorto in modo compulsivo l’instabile libido maschile e adulta alle prese con il travolgente risucchio delle giovani donne, in corsa per riuscire nella vita.
Care amiche, pensateci su prima di sciupare una bella domenica con falsi obiettivi. Voi, espressione della «reflective society», come ariridirebbe Furio Colombo, resettate il vostro radar femminista.