MARINETTI Estati futuriste in riva al mare

Erano altri tempi. Per arrivare in Liguria, da Roma, si passava la notte in treno e il mare si incominciava a vederlo all’alba, tra gli archi dei tunnel scavati nella roccia.
Anche la famiglia Marinetti (il poeta, la moglie Benedetta, le bambine dai bei nomi futuristi Vittoria, Ala e Luce) arrivava da Roma in treno. Nel 1934 avevano preso in affitto a Levanto Villa Drago, un palazzetto con grandi terrazze affacciato sul mare. Nel 1936 invece il poeta, di ritorno dalla guerra d’Africa dove era andato volontario a sessant'anni, si era stabilito a Villa Pelli, una casa sulla collina circondata da oleandri rosa, e aveva trascorso l’estate a scrivere Il poema africano della Divisione «28 ottobre». O, meglio, a dettarlo, perché una grave forma di presbiopia gli rendeva difficile la lettura, e allora approfittava della figlia Vittoria che, rinunciando ad andare in spiaggia, acconsentiva a fargli da amanuense (anche se ogni tanto lasciava scritto sulla scrivania: «Vittoria non ne può più»).
Nel 1934, però, non era stato fermo un momento. Benedetta, nello scantinato di Villa Drago, dipingeva. Lui invece si spostava continuamente, prendendo il treno per La Spezia, Savona, Genova, sempre per le ragioni del futurismo. A Zoagli abitava il suo vecchio amico Sem Benelli, che nel 1905 aveva fondato con lui a Milano la rivista Poesia. Ad Albisola si radunava il gruppo di aeropittori e ceramisti. A La Spezia c’era il Premio del Golfo, e lui faceva parte della giuria.
Poi, a Rapallo, c’era Pound, a cui lo avvicinava la stima intellettuale almeno quanto lo allontanavano le convinzioni poetiche. Nel 1932, è vero, lo scrittore americano aveva dichiarato che in Italia tutte le manifestazioni d’arte contemporanea erano dominate dal futurismo. Ma nel gennaio 1945, poco dopo la scomparsa di Marinetti (mancato a Bellagio il mese prima), non era più in vena di complimenti generici. Su Marina Repubblicana pubblica uno dei propri canti più intensi, in cui immagina di incontrare l’anima dell’amico e di predirgli il Paradiso, perché di penitenza ne ha già fatta abbastanza in terra, durante la guerra civile: «Purgatorio già hai fatto/ dopo il tradimento, nei giorni di Settembre Ventunesimo/ nei giorni del crollo».
Marinetti, però, non vuole andare in cielo, vuole continuare a combattere. E Pound gli mette in bocca un bilancio amaro delle loro diverse convinzioni, delle loro battaglie perdute. Uno aveva inseguito il tempo veloce della modernità, l’altro l’eternità del pensiero orientale; uno aveva amato troppo il futuro, l’altro il passato. «Orbi ambedue», conclude il canto. (Ma non è vero, protestano i lettori: semmai, visionari tutti e due. E grandi poeti in ogni caso.)
Traiamo tutte queste notizie dall’interessante libro di Franco Ragazzi Marinetti. Futurismo in Liguria (De Ferrari, Genova 2006, pagg. 238, euro 30), che raccoglie, oltre al corposo testo dell’autore, vari interventi e testimonianze, da Massimo Bacigalupo a Vittoria Marinetti. Un rapporto ininterrotto lega il fondatore del futurismo alla Liguria, e il saggio ne segue passo passo la vita, sullo sfondo delle vicende del futurismo ligure, anche attraverso un meticoloso regesto. (Chi, poi, volesse affiancare a questo studio specifico una biografia complessiva del poeta, ridotto da certe fiction televisive a un capocomico piuttosto grottesco, legga l’ormai classico Marinetti. Una vita esplosiva di Gino Agnese).
Marinetti conosce la Liguria da giovane, nel 1898, quando il padre lo manda a Genova a concludere gli studi di giurisprudenza. Sempre a Genova si laurea l’anno successivo, anche se, ricorderà più tardi «la fluttuante e intricata visione di funi vele nuvole transatlantici mi incitavano a poetare più che ad approfondire il diritto romano». In Liguria, negli anni a cavallo del secolo, compone alcune poesie, e ne pubblica altre sulla rivista Iride.
A partire dal 1908 poi, vale a dire nel periodo in cui nasce il futurismo il cui manifesto esce nel 1909, tiene innumerevoli conferenze, manifestazioni, serate teatrali. Come, per citarne solo una nella folla di dati riportati dal libro, la Serata del teatro futurista a Genova, al Giardino d'Italia, nel 1924, con Cangiullo, Depero, Prampolini, che si conclude come tante altre volte tra grida e schiamazzi, con una battaglia tra pubblico e attori. Anche se i giornali, non contenti, accusano Marinetti di essere invecchiato e di aver fatto una «cagnara in pantofole».
Tra i gruppi che il poeta incoraggia, tra l'altro, spicca il gruppo «Sintesi», che nasce a Genova nel 1930, mentre fra le tante altre manifestazioni vanno ricordate «le onoranze a S.E. Marinetti accademico d’Italia» che si tengono a Chiavari nel 1931 e prevedono, oltre a un'esposizione vera e propria (coronata da un aeropranzo futurista a base di «timballo d'avviamento», «bue in carlinga», contorno di «sorvolatine di prateria», e per dessert «elettricità atmosferiche candite», come si legge nel menù), varie iniziative.
Insomma, Marinetti fu quasi un ligure d’adozione. Non a caso, nel dicembre 1944, dopo la sua morte, il Gruppo futurista savonese Sant’Elia si ribattezzò Gruppo Marinetti: un estremo omaggio a quell’eccezionale «professore di energia» che tanta energia aveva portato anche in quelle terre.